Si sta parlando in queste ore di un’offerta pervenuta al Napoli - per Allan - che si aggirerebbe tra gli 80 e i 90 mln di euro. Notizia confermata anche da colleghi vicinissimi alla SSC Napoli. La necessità di un centrocampista è stata ammessa dallo stesso Tuchel, che avrebbe individuato proprio nel brasiliano il profilo più adeguato alle esigenze tecnico-tattiche del Paris Saint Germain.

I tifosi e gli obiettivi di stagione

La notizia di un’offerta irrinunciabile per il calciatore (cifre blu in termini di ingaggio) ha creato sgomento tra i tifosi del Napoli, i quali, credendo fortemente nella vittoria dell’Europa League, hanno visto tale situazione di mercato come un addio annunciato al principale traguardo sportivo di stagione: la finale di Baku in Azerbaigian della Coppa UEFA.

Vecchie abitudini superate

Comprensibile è il ragionamento di chi, per 3 anni, ha visto il debutto di diversi calciatori dopo mesi e mesi di “apprendistato sarriano”. Un eventuale addio di Allan farebbe pensare ad una impossibilità sostitutiva del centrocampista brasiliano nell’immediato: nell’immaginario dei tifosi, si rischierebbe di condurre una parte cruciale di stagione con un uomo determinante in meno, in virtù di un lungo processo atto a far acquisire la titolarità al sostituto del brasiliano.Tra gli aspetti negativi, derivanti dall’assenza di maniacalità didattica dell’Ancelottismo rispetto al Sarrismo, emergono senz’altro dei punti di forza, determinanti quando gli obiettivi in palio sono assai rilevanti.

Cosa accadeva in passato?

Benché Sarri avesse uno stile di gioco simile a quello spagnolo, la sua metodologia di allenamento era tipicamente italiana: finché un giocatore non riproduceva determinati movimenti, non svolgeva esattamente i compiti richiesti, lui non lo impiegava. È un approccio didattico utile e inevitabile da un lato ma per certi versi superato. È un metodo didattico deduttivo, ove l’aspetto pedagogico assume matrice principalmente direttiva: l’allenatore dà istruzioni su come e cosa fare e l’atleta applica le soluzioni suggerite dal mister.

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Serie A SSC Napoli

Questo orientamento pedagogico paga senz’altro, ma rappresenta anche una limitazione all’inserimento rapido dei giocatori in chiave competitiva. Oggi non è più così. Ancelotti ha fatto sì tesoro della scuola allenatori italiana del passato, ma anche dell’esperienza estera (Spagna e Germania soprattutto).

In Spagna si lavora nei settori giovanili su concetti basati sulla scuola neurocognitiva tedesca (metodo Brain Kinetic):

  • ricerca dello spazio libero, con tutti i giocatori di un settore che cercano di occupare uno spazio vuoto oppure di liberare spazio per i compagni (uno o due che si "buttano" nel nuovo spazio creato);
  • movimenti che si generano in coordinamento con i compagni e in previsione dei movimenti degli avversari: si crea nella mente dei ragazzi una sorta di “gps posizionale collettivo” in cui tutti sanno come si devono muovere (il movimento viene curato su 360° e non su movimenti frontali, 180°, o diagonali, 270°, di visione del campo).

Ancelotti ha uno stile di insegnamento derivante dall’assunto che individualmente i calciatori hanno una consapevolezza calcistica di livello molto alto, per cui il collettivo è la naturale conseguenza di quelle individualità: l’allenatore, nella sua ottica, deve quindi trovare situazioni allenanti per far scoprire ai singoli, autonomamente, le soluzioni da adottare.

Soluzioni che vengono fatte trovare ai giocatori e non suggerite anticipatamente dal mister: un metodo propositivo importantissimo soprattutto se si lavora con i giovani. Questo tipo di pedagogia attiva, praticata in età giovanile nella formazione dei futuri calciatori, consente l’inserimento più rapido, in età adulta, dei nuovi arrivati in rosa. Ancelotti ha una mentalità e un approccio al lavoro molto elastici: Barella sarebbe titolare già al momento della firma del contratto.

Obiettivo Europa League

Ogni obiettivo da raggiungere, anche sportivo, richiede forti stimoli ma anche supporto motivazionale.

Secondo Jack Canfield, infatti, tutto quel che si vuole è dall’altro lato della paura. Usando il linguaggio del coaching, potremmo dire, in detto frangente, che il “coach” sarebbe il Napoli, con le sue scelte di mercato, e il coachee, invece, la tifoseria. Questa rosa, con molte probabilità, allo stato attuale, potrebbe non essere competitiva per la vittoria finale dell’Europa League, nonostante Allan: l’infortunio di Hamsik, il fisiologico momento di calo psico-fisico del brasiliano hanno messo in evidenza dei deficit della rosa del Napoli relativamente alla coppia centrale di centrocampo, vero motore cognitivo del Napoli targato Ancelotti.

È qui che entra in ballo “il coach” (il Napoli con le sue scelte): la cessione di Allan consentirebbe di acquisire un calciatore con caratteristiche simili al brasiliano ma di avere un tesoretto da investire per un metodista già a gennaio. Sarebbe il caso di riflettere su questa opzione, che consentirebbe sì di rinunciare ad un giocatore importante, che avrebbe però un sostituto, ma di rispondere alle vere e impellenti esigenze tecnico tattiche della rosa.Tra il restare inerti al cambiamento e agire, vi è la differenza tra quel che si è e ciò che si può diventare.

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