Mai errore fu più grande per le sorti dell'Europa unita quanto quello commesso dai leader politici che consentirono, tra il 2004 ed il 2007, l'allargamento dei confini ai paesi dell'est, popoli e nazioni che nel novecento hanno vissuto una storia diacronica rispetto al blocco occidentale che ha fondato la comunità europea. Visioni politico-costituzionali, ma anche un sistema socio-economico lontanissimi dal vissuto delle aree ad ovest del continente, hanno reso il quadro dell'alleanza europea problematico, fino a costituire un grumo di criticità insormontabili, restituendo vigore a nazionalismi dimenticati da mezzo secolo e rispolverando antichi e deleteri antagonismi.

I contrasti con la Russia

L'idea era quella di lasciare accedere paesi come la Polonia, la Slovacchia, la Repubblica Ceca, l'Ungheria, la Romania e la Bulgaria, per compiere una manovra di sostegno al quadro dell'alleanza strategica che ruota intorno alla Nato, isolando la Russia tacciata di mire espansionistiche. D'altronde, il tema è tuttora aperto con la lunga crisi in Ucraina e il regime sanzionatorio che da alcuni anni ha rallentato in modo rilevante gli scambi economici con Mosca. In realtà, sotto l'ombrello della Nato, nazioni come la Germania hanno colto l'opportunità di allargare un mercato potenzialmente utile a costituire una grande area d'assorbimento delle proprie merci e servizi, finanziati anche con i fondi europei. Questo è un tema che attiene l'intero nord Europa.

E che si coniuga con l'errore altrettanto grande di spingere in un angolo un alleato imprescindibile come la Russia.

L'isolamento del Mediterraneo

Mentre l'Europa cresceva fino a quota 27 Stati membri, si consumava, nell'indifferenza generale, la marginalità dei paesi affacciati sul Mediterraneo: l'Italia, la Grecia, la Spagna, in parte anche la stessa Francia.

Mentre l'area balcanica non produceva che l'ingresso di Slovenia e Croazia incapaci di fornire alcun apporto collaborativo e propositivo. L'Italia che avrebbe avuto, sulla carta, l'opportunità di affermarsi come paese leader, ha disperso questa possibilità in una limitata ed insufficiente partecipazione alle politiche europee, subite più che governate, autoescludendosi per incapacità e impreparazione dei governi e delle loro strutture dirigenti, dal cuore del dibattito europeo.

Per anni.

La globalizzazione e le guerre commerciali

La Cina oggi è un gigante che compete con gli USA. E Trump, che potrà avere mille difetti ma non quello di ignorare l'importanza di questo tema per "l'America First" - concetto con il quale ha conquistato la Casa Bianca - ha aperto un confronto senza precedenti con il governo cinese. Quanto prima si arriverà ad un accordo: ognuna delle due potenze ha bisogno dell'altra, anzi hanno bisogno dei rispettivi mercati. Questa trattativa, difficile, si determina sulla testa dell'UE che non ha mostrato di possedere forza d'interposizione pur essendo il mercato più ricco del pianeta. E adesso va in ordine sparso tenendosi in precario equilibrio diplomatico tra Stati Uniti e Cina: il prologo di una disgregazione che è nei fatti.

L'Europa al contrario e la piccola Italia

Salvini ha compreso da tempo che "l'Europa al contrario", quella che marcia verso politiche di disgregazione del sogno unitario, è ormai prevalente: saranno le forze nazionaliste a prevalere, anche all'interno delle forze politiche di tradizione moderata come il PPE. Basti solo un esempio: in Germania cresce il consenso intorno alla CSU "bavarese", la parte reazionaria e nazionalista della federazione con la CDU "berlinese". Quando questa componente si troverà nel nuovo parlamento europeo assieme alle forze politiche sovraniste di Austria, Ungheria, Francia e Italia - per non parlare dei movimenti ultra conservatori che si annidano in tutti i paesi dell'est ed in quelli del nord Europa - verso quale linea Politica spingerà il PPE?

Tuttavia, quale prezzo pagherà l'Italia e cosa potrà ottenere in questo contesto? Non otterrà nulla, se non contribuire ad accentuare le spinte divisive salvo subire un diktat ancora più stringente sulle politiche di bilancio per l'affermarsi di nuovi egoismi nazionali. Con l'aggravamento dei conti pubblici pagando, per questa via, il prezzo altissimo di un riflesso recessivo terribile sulla sua economia.

La politica della debolezza

C'è chi sostiene che se l'UE non diverrà un grande organismo rafforzato da una solida base federale, scomparirà. È utopico, al momento, immaginare un modello anche solo simile o comparabile. Le classi politiche europee appaiono del tutto sorde a questa proposta, peraltro ancora fumosa. Appare più utile, invece, ripensare la struttura del mercato unico, anche alla luce della "Brexit" - estrema espressione dell'assurdità - che non può essere affrontata come una pratica burocratica da evadere con formule ambigue o rigide.

Il risultato dello stallo che determineranno le forze politiche sovraniste o nazionaliste che dir si voglia, sarà un'ulteriore condizione di debolezza che impoverirà tutti i Paesi aderenti, specie quelli più fragili tra cui l'Italia, scatenando vere e proprie risse nei prossimi Consigli Europei. Così, senza un'idea politica alta ed un progetto di unione responsabile, si manda al macero un pezzo di storia esemplare dell'Europa, per tornare indietro al peggio che fu.

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