Bisogna sempre avere una buona ragione per scalare una montagna. Condizione necessaria, ma non unica: la montagna va anche conosciuta e, soprattutto, rispettata. Dagli albori dei tempi sinonimo di purezza, spiritualità e riflessione, simbolo di un’ascesa non solo fisica, ma anche mentale, ultimamente neppure la montagna è rimasta estranea agli umani eccessi, alla bramosia di visibilità personale nonché al consumismo di massa. Dall’Himalaya alle Alpi, dalle Ande agli Urali, l’uomo è riuscito nella difficile e rovinosa impresa di mercificare pressoché tutte le alture del pianeta.

Himalaya

The Everest summit.

Quante foto, recanti tale didascalia, ci appaiono giornalmente sui social? Il punto più alto del pianeta terra violato quotidianamente da centinaia di persone. Un guanto di sfida lanciato a 8848 metri di roccia e ghiaccio, cavalcando, però, non gli auspicabili cavalli dell’amore per la montagna e la voglia d’avventura, bensì il potere d’acquisto del dio denaro ed un egocentrico desiderio di porsi sul gradino più alto del podio, o meglio del mondo. Potremmo definirlo il paradosso Himalayano’: pur rimanendo un’avventura estremamente pericolosa, l’ascesa all’Everest (e di alcuni altri giganti di Karakorum ed Himalaya) è diventata un’autostrada per ricchi. La mercificazione delle montagne più alte del mondo.

Al giorno d’oggi bastano infatti bombole d’ossigeno in quantità industriale, una guida alpinistica, un esercito di sherpa, ma soprattutto tanti soldi e l’uomo narcisista si può togliere questo sfizio. Il primo a farlo, l’uomo che ha provocato il cambiamento, fu Dick Bass, un imprenditore texano di 55 anni, che raggiunse, a suon di quattrini, non solo la cima dell'Everest nel 1985, ma anche le vette più alte degli altri continenti.

Il risvolto della medaglia rimane sempre il pericolo. Un’interminabile fila di scalatori in erba (o del tutto inesperti) procedono in fila indiana su creste di neve e roccia conducenti alla sommità. Ciò comporta che molti di loro, non professionisti, abbiano bisogno dell’ossigeno dalle quote più basse con il rischio di consumare le bombole nell’attesa e ritrovarsi ‘a secco’ nel momento più critico, cioè nelle ultime fasi della discesa, quando la stanchezza fa aumentare in modo esponenziale il rischio di incidenti.

Ma non solo. Chi mastica d’alpinismo, infatti, sa anzitutto che rimanere fermi in alta montagna porta ad una serie di rischi quali ipotermia, valanghe e cambiamenti climatici; e poi che la vetta va raggiunta entro e non oltre le 14 per dar tempo a tutti di discendere prima che il buio complichi notevolmente le cose.

Un approccio alla montagna dettato unicamente da un narcisistico desiderio di curriculare visibilità esaudibile dal denaro che, sviluppatosi nell’Himalaya, è piano piano diventato consuetudine anche in Alpi ed Appennini.

Le nostre montagne: Alpi ed Appennini

Proprio come le immagini raccontate in precedenza, altre davvero impressionanti hanno fatto il giro del web mostrando cosa è diventato, in questa estate di convivenza col COVID-19, il turismo nelle montagne italiane.

Code nei boschi, sui sentieri ed addirittura in ferrata che ricordano quelle davanti ai supermercati durante il lock-down. E pericoli che, qui come in Himalaya, aumentano. Pericoli dettati sia dall’impreparazione fisica dei più sia dal periodo pandemico che stiamo purtroppo attraversando. Molti turisti, infatti, affrontano sentieri o, peggio, vie ferrate con una preparazione fisica non adeguata o con un equipaggiamento non idoneo. Scontata conseguenza sono le richieste di soccorso che nell’ultima estate si sono decuplicate: interventi per il troppo freddo, per infortuni traumatici, per l’eccessiva stanchezza o per aver smarrito il sentiero senza neanche aver consultato la cartina o preparato l’itinerario sono all’ordine del giorno.

E le regole di prevenzione del contagio? Le mascherine, è vero, sono spesso presenti. Peccato lo siano sul gomito o tranquillamente adagiate a reggi-mento. Ed il metro di distanza, poiché si respira pura aria di montagna, non si rispetta. Una doppia sconfitta.

Il turismo di montagna è così diventato turismo di massa. Non curanti del labile equilibrio che caratterizza le nostre bellezze naturali abbiamo trasformato le Tre Cime di Lavaredo, il Gran Sasso, la Val Gardena, in oberati centri commerciali nei quali l’unico obiettivo è la sfrenata corsa alla foto strappa-likes. Continuando su questa strada si allontaneranno dalla montagna tutti quegli escursionisti, quegli amanti della montagna che in essa trovano pace e tranquillità, che in essa ritrovano se stessi in silenziosa contemplazione, che di essa di prendono cura, a discapito della massa che, al di là di un bello scatto da postare su Instagram o Facebook, dalla montagna non sa trarre nulla.

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