"Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita a una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla", così parlava Pericle della vita politica di Atene, una visione lontana da quella dei giovani italiani, la cui partecipazione politica (passiva e/o attiva) registra valori sempre più bassi.

Difatti, le affluenze nei seggi elettorali negli ultimi 20 anni hanno subito una forte flessione, ma ciò che rende questi dati ancora più allarmanti è che la maggior parte degli astenuti o indecisi si attesta tra 18 e 35 anni, ovvero circa il 21% del corpo elettorale.

Affluenza elettorale: vent’anni di calo

Alle politiche del 2022, la cui affluenza è stata del 63,9% (la più bassa della storia repubblicana), il contributo dei giovani della fascia sopra citata è stata del 10,3% (dati ISTAT).

Spostando il centro di interesse alle europee del 2024, il risultato non cambia.

L'Italia ha registrato una presenza ai seggi del 48,31%, posizionandosi al di sotto della media europea del 50,74. Anche in questo caso, tra coloro che hanno partecipato, meno della metà (circa il 19%) era un under 35.

Un quadro simile emerge anche dalle elezioni per il rinnovo dei rappresentanti al CNSU (Consiglio Nazionale Studenti Universitari) del 14 e 15 maggio, che hanno chiamato al voto gli studenti degli atenei italiani.

Anche qui l'afflusso ai seggi ha toccato punti bassissimi in molte università, tra cui:

  • Politecnico di Torino: studenti 10,31%, dottorandi 7,89%, specializzandi 16,67%
  • Sapienza università: studenti 6,38%, dottorandi 3,65%, specializzandi 1,10%

Con un'affluenza media nazionale per i tre indici del:

  • 3,63%
  • 4,69%
  • 6,38%

L’ultima riprova arriva dai risultati dei referendum abrogativi svoltisi tra l’8 il 9 giugno. Anche in questo caso nessuno dei 5 quesiti ha raggiunto il 30,6% dato molto lontano dal quorum necessario del 50%+1, quota raggiunta solo in 9 referendum su 19 della storia repubblicana del nostro Paese.

Come si è arrivati a tanta indifferenza?

Il Censis, ne "La società italiana al 2024" ha definito questo comportamento come "sindrome dell’italiano", un fenomeno secondo cui tutto quello che conta davvero sembra accadere al di fuori dei confini nostrani.

La conseguenza fisiologica è lo slittamento del discorso pubblico alla scala internazionale. Per il 49,6% degli italiani il nostro futuro sarà condizionato dal cambiamento climatico e dai ricorrenti eventi atmosferici catastrofici, per il 46% dalla piega che prenderà la guerra in Medio Oriente, per il 45,7% dal rischio di crisi economiche e finanziarie globali, per il 45,2% dalle conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina, per il 35,7% dalle migrazioni internazionali, per il 31% dalla guerra commerciale e dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina, per il 26,1% dagli stravolgimenti prodotti dalle innovazioni tecnologiche.

Si giunge così alla parte complementare della problematica: la partecipazione attiva.

Nel 2022, secondo i rapporti ISTAT, il 14% dei giovani tra i 14 e i 35 anni ha partecipato almeno una volta all'anno a dibattiti politici. Questa percentuale è inferiore rispetto alle fasce di età più adulte:

  • 21% tra i 36 e i 64 anni;
  • 25% tra i 65 anni e oltre;

Un trend decisamente in calo se si considera che nel 2019 la percentuale era del 15% mentre nel 2014 si attestava al 21,6%. Sono le persone più anziane quelle che parlano di più di politica, ossia almeno una volta a settimana o tutti i giorni. Basti pensare che solo un quarto delle persone tra i 20 e i 24 anni presenta la politica tra gli argomenti di conversazione quotidiana o quasi, mentre tra i 60 e i 74 anni la percentuale sale a circa il 38%.

Tirando le somme, questo immobilismo politico rischia di frenare qualsiasi tipo di progresso, portando una falla vera e propria nel sistema democratico, che entra in un circolo vizioso di inaffidabilità della politica e sfiducia nelle istituzioni, che pur essendo elette in maniera egualitaria rappresentano una minoranza della popolazione finendo per essere l'immagine di un corpo elettorale impoverito e incapace di esprimere nuove idee. Basti pensare che il governo Meloni è stato eletto con 12,3 milioni di voti, mentre i votanti per gli ultimi referendum (nonostante i quorum non raggiunti) sono stati 14 milioni. Nonostante le due votazioni non siano direttamente equiparabili, si percepisce come da tutto ciò scaturisca una visione distorta della politica, alimentando la spirale dell'indifferenza.

Se è vero ad ogni modo che i giovani si sono disinteressati alla politica, e questo è un dato di fatto, le cause sono da ricercare anche nel disinteresse dei politici per quelle che sono le principali istanze giovanili. Che riguardino il lavoro o la quesitone ambientale, pochi passi si sono mossi per cercare di garantire un futuro valido a chi al futuro guarda.