Ci sono supereroi che combattono contro i criminali e poi c’è Peter Parker, costretto ogni volta a combattere soprattutto contro se stesso. Spider-Man: Brand New Day, il nuovo film Marvel diretto da Destin Daniel Cretton e presente al cinema dal 29 luglio, riporta l’Uomo Ragno a una dimensione più intima dopo gli eventi di No Way Home, raccontando di un ragazzo solo, dimenticato da chi ama, che prova disperatamente a ricostruire la propria identità. È proprio questa scelta narrativa a rendere il nuovo capitolo uno dei più umani dell’intero percorso di Tom Holland.

Perché, al di là dell’azione e degli effetti speciali, Spider-Man: Brand New Day parla soprattutto di dolore, perdita e della difficile ricerca di sé quando tutto ciò che ci definiva sembra essere scomparso.

Un racconto più intimo

Prima ancora dei temi affrontati, Spider-Man: Brand New Day convince per la direzione che sceglie di intraprendere. Destin Daniel Cretton mette da parte, almeno in parte, la spettacolarità che aveva caratterizzato gli ultimi capitoli del Marvel Cinematic Universe e costruisce un racconto più intimo, dove l’azione non scompare, ma diventa il riflesso del conflitto interiore del protagonista. Tom Holland offre probabilmente la sua interpretazione più intensa nei panni di Peter Parker, sostenendo un personaggio segnato dalla perdita, senza mai cedere all’enfasi.

Qualche passaggio narrativo appare meno incisivo e alcune svolte sembrano guardare più al futuro dell’universo Marvel che alle esigenze del film, ma il cuore della storia resta sempre il percorso umano del suo protagonista.

L’eroe che cade prima ancora di combattere

Il Peter Parker interpretato da Tom Holland è molto diverso da quello spensierato degli inizi.

La morte di sua zia May, il sacrificio finale in No Way Home e la scelta di cancellarsi dalla memoria delle persone che ama hanno lasciato una ferita che il film non prova nemmeno a nascondere. La pellicola racconta una forma di sofferenza raramente mostrata nei cinecomic: quella che non esplode in grandi scene drammatiche, ma si manifesta nella quotidianità, nella fatica di rialzarsi ogni mattina, nella convinzione di dover affrontare tutto da solo.

In questo senso Spider-Man torna a essere il supereroe più vicino alle persone comuni.

Il vero cuore del film è l’identità

Dopo gli eventi di No Way Home, Peter Parker continua a sapere perfettamente chi è. Il problema è che nessun altro può più confermarlo: il mondo ha dimenticato Peter Parker, è rimasto soltanto Spider-Man. Ma il vero paradosso del film è che, proprio quando nessuno ricorda più chi sia Peter, lui è costretto a capire chi vuole essere davvero. Peter perde contemporaneamente il proprio nome, la memoria collettiva, il ruolo sociale e la possibilità di essere riconosciuto dagli altri.

È qui che il film smette di essere soltanto un cinecomic e diventa una riflessione sull’identità, sul peso della memoria e sul bisogno, profondamente umano, di essere riconosciuti.

È difficile non pensare, allora, alla riflessione di Pirandello sull’identità. Come accade in Uno, nessuno e centomila, ciò che siamo non coincide mai soltanto con l’immagine che abbiamo di noi stessi, ma anche con quella che gli altri hanno di noi. Quando quello sguardo si spegne e la memoria condivisa svanisce, resta una domanda semplice e dolorosa: chi siamo davvero?

È da questa frattura che nasce il vero conflitto di Spider-Man: Brand New Day.

La scelta di continuare a essere Spider-Man

Privato persino del riconoscimento delle persone che ama, Peter continua comunque a essere Spider-Man. È proprio qui che il film trova il suo significato più profondo: la sua identità non dipende più dallo sguardo degli altri, ma dalla responsabilità che decide di assumersi ogni giorno.

Non combatte perché qualcuno lo ricorderà, combatte perché è la cosa giusta da fare. È probabilmente il Peter Parker più maturo visto finora sul grande schermo.

L’antagonista come specchio di Peter

Uno degli aspetti più interessanti del film è il rapporto tra Peter e la sua antagonista: Jean Grey. Entrambi partono dalla stessa ferita, conoscono il dolore della perdita, convivono con la rabbia e la solitudine. La differenza sta nel modo in cui decidono di attraversare il dolore. Jean funziona proprio perché non è costruita come una semplice minaccia da sconfiggere. La sceneggiatura le concede motivazioni credibili e costruisce un parallelismo costante con Peter, facendo sì che il conflitto non sia soltanto fisico, ma anche morale.

Ogni scontro tra i due diventa il confronto fra due possibili risposte alla stessa ferita. Peter continua a cercare un motivo per restare umano, Jean invece viene lentamente divorata dalla rabbia. Il suo dolore non nasce da una decisione, ma da uno sfruttamento: il Department of Damage Control, nell’ultima parte del film, la imprigiona per completare gli stessi esperimenti che hanno provocato la morte di sua sorella, spingendola oltre il limite finché il suo potere non la travolge e prende il sopravvento.

Si tratta di una dinamica antica, quasi archetipica, che richiama l’idea junghiana dell’Ombra: quella parte oscura della personalità che ogni individuo porta dentro di sé e che, quando viene negata o non integrata, finisce per governare le nostre azioni.

Questa idea attraversa anche Peter. Nel corso del film il legame tra il suo DNA e quello del ragno diventa sempre più instabile: nei momenti di maggiore stress emotivo emerge un lato più aggressivo e istintivo, tanto da spingerlo a ricorrere a un inibitore per reprimerlo. Ma la soluzione non può essere cancellare quella parte di sé. Il percorso di Peter consiste proprio nell’imparare a integrarla. Non sceglie tra Peter Parker e Spider-Man: comprende che le due identità non possono più esistere separatamente. È solo accettando entrambe che riesce a ritrovare un equilibrio.

L’amore che resta quando spariscono le maschere

Uno dei temi più delicati del film riguarda il bisogno di essere amati per ciò che si è davvero.

Peter ha perso tutto ciò che definiva la sua identità. Non è più il fidanzato di MJ, non è più il migliore amico di Ned. Nemmeno essere Spider-Man sembra bastargli. Il film suggerisce allora una domanda tanto semplice quanto universale: chi resta accanto a noi quando non siamo più nessuno agli occhi del mondo? Come accade spesso nei grandi romanzi dell’Ottocento, da Dostoevskij a Victor Hugo, il valore di una persona non coincide con ciò che possiede o rappresenta, ma con ciò che resta quando ogni maschera cade.

Accettare il proprio destino

Nel corso del film Peter smette lentamente di ribellarsi a ciò che ha perduto. Non abbandona la sofferenza, ma decide di non lasciarsi definire soltanto da essa.

È una prospettiva che ricorda quasi l’idea dell’amor fati di Nietzsche: non desiderare il dolore, ma accettare che anche la sofferenza faccia parte della propria storia. Peter perde quasi tutto eppure continua ad andare avanti. Non perché spera di recuperare il passato, ma perché ha deciso di non smettere di essere sé stesso.

Un anti-Ulisse che continua il viaggio

Anche il viaggio dell’eroe assume una forma diversa: come Ulisse, Peter torna in un mondo che sembra non riconoscerlo più, ma a differenza dell’eroe omerico, non può riconquistare la propria Itaca. Nessuno lo aspetta, nessuno ricorda il suo nome. La sua casa, nel senso più profondo del termine, non esiste più. Peter non può tornare a ciò che era, può soltanto decidere chi diventare.

Per questo il suo percorso ricorda forse ancora di più quello di Enea: un uomo che continua a camminare non per recuperare ciò che ha perduto, ma perché sente di avere una responsabilità verso il futuro.

Un ritorno alle origini

In Brand New Day, Spider-Man torna a essere l’eroe di quartiere, quello che salva le persone prima ancora del mondo intero. Dopo anni di minacce cosmiche e universi paralleli, il film ritrova la dimensione più autentica del personaggio, ricordando che la sua grandezza non nasce dai poteri, ma dall’empatia. Il protagonista non si limita ad essere un salvatore del mondo, ma è un ragazzo, con le sue paure, le sue colpe, la sua difficoltà ad accettarsi completamente. Ed è proprio questa vulnerabilità a rendere Spiderman, ancora oggi, uno dei supereroi più umani della Marvel.

Una regia che racconta la solitudine

Anche la regia accompagna questo percorso interiore. Le riprese dall’alto, gli spazi immensi di New York e la continua alternanza tra vertigine e intimità restituiscono la sensazione di un protagonista sospeso. Spider-Man continua a volare tra i grattacieli, anche nelle sequenze d’azione, Cretton evita spesso la ricerca dello spettacolo fine a sé stesso. I movimenti della macchina da presa mantengono Peter al centro dell’inquadratura, trasformando l’azione in un’estensione del suo stato emotivo più che in un semplice esercizio di spettacolarità. Ma questa volta il vuoto più grande non è quello sotto di lui, è quello che porta dentro. Sono soprattutto i silenzi, gli sguardi e i tempi dilatati a raccontare la fatica di ricominciare, lasciando che il dolore emerga senza bisogno di essere enfatizzato.

Il ritorno del vero Peter Parker in Spider-Man: Brand New Day

Spider-Man: Brand New Day non è il capitolo più spettacolare del Marvel Cinematic Universe, ma è probabilmente uno dei più sinceri. In un’epoca in cui i cinecomic raccontano spesso eroi chiamati a salvare il mondo, il film di Destin Daniel Cretton sceglie una strada diversa: ricorda che la battaglia più difficile resta quella contro le proprie paure, il proprio dolore e la propria identità.

È forse questa la ragione per cui Peter Parker continua a essere uno dei supereroi più amati di sempre. Perché, prima ancora dei poteri, dei costumi e dei villain, ci ricorda che ogni rinascita comincia quando troviamo il coraggio di accettare chi siamo diventati.

Voto: 8