La Russia di Putin è coinvolta indirettamente nel conflitto del Donbass (regione più a est dell'ucraina) dall'ormai lontano 2014. Il suo coinvolgimento consiste nel fornire alle formazioni separatiste non solo addestramento, ma anche assetti militari. Grazie a questo supporto, nello stesso anno è nata l'autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) e la Crimea è stata annessa al territorio Russo. Annessione fortemente voluta dalla Russia allo scopo di rafforzare la propria posizione nel Mar Nero. Rafforzamento che avverrà con la riattivazione delle difese di origine sovietica presenti sulla penisola e con l’utilizzo dei grandi impianti cantieristici presenti utili per il rinnovo della Marina militare russa (VMF).

La nuova dottrina russa d’intervento

In seguito allo scioglimento dell’URSS, la Russia è stata costretta a ritirarsi da tutti gli stati satellite, alcuni dei quali sono entrati a far parte della NATO. Questo fatto, unito all’arretratezza economica del paese, ha spinto gli strateghi di Mosca a dare una svolta alla dottrina d’impegno in politica estera. Si è passati da un impegno militare diretto, con lo scopo di vincere un conflitto ad un intervento indiretto, legato al cambio di regime o alla protezione di governi amici.

Intervento indiretto nel Dombass

La nuova strategia dei russi consiste nel supportare forze rivoluzionarie locali con una tattica ibrida che utilizza gli assetti militari in maniera indiretta, con il compito di supporto alle operazioni, evitando così un coinvolgimento diretto di unità militari.

Uno dei metodi più utilizzati è il ricorso a forze mercenarie che operano sul territorio, senza un apparente collegamento col Cremlino, ma che sono composte per la maggior parte da ex membri delle varie forze militari della Federazione. Non manca, comunque, il più classico coinvolgimento di consiglieri militari col compito d’addestrare le forze irregolari.

I consiglieri, spesso provenienti dai reparti Spetsnaz, quando richiesto possono attivarsi per missioni di ricognizione e acquisizione di bersagli a favore delle artiglierie

La guerra dei droni

In seguito all’ultimo cessate il fuoco, deciso il 18 febbraio 2017 a margine della conferenza sulla sicurezza di Monaco, i due schieramenti hanno iniziato a utilizzare piccoli UAS (Unmanned aircraft systems), per ricognizioni del fronte ma non solo.

Gli UAS più grandi forniti dai russi hanno un payload tale da permettere loro di compiere sia missioni ISR (intelligence, surveillance, and reconnaissance) sia di guidare gli strike dell’artiglieria. L’impiego dei droni evita di mettere a rischio i consiglieri militari che, se catturati o uccisi, dimostrerebbe il coinvolgimento della Russia in operazioni belliche. Il payload di questi droni consente il rilascio di munizioni a bassa quota. Ciò non lì rende pericolosi come gli aerei d’attacco, grazie alle loro dimensioni contenute e alle basse altitudini cui volano, riescono a creare non pochi problemi alle unità lealiste.

Nuovi mezzi, vecchia politica

La guerra nel Donbass può essere vista come il banco di prova dei nuovi assetti che la Federazione Russa intende utilizzare nel campo di battaglia del futuro.

C’è da chiedersi se il successo della nuova strategia di Mosca, potrebbe rappresentare il preludio per nuovi interventi tesi a riprendere una politica d’influenza tipica del periodo sovietico senza un diretto coinvolgimento delle forze armate del Cremlino.

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