"Immediata riattivazione della pagina ufficiale dell'Associazione di Promozione Sociale CasaPound", disattivata lo scorso 9 settembre e di quella di Davide Di Stefano, uno dei leader del movimento di estrema destra, nonché ammministratore della pagina.

Il Tribunale civile di Roma ha accolto il ricorso presentato dal gruppo politico e gli ha dato ragione. Si è trattato di un "accoglimento totale" si legge nella sentenza del giudice monocratico. Farà certamente discutere, scatenerà polemiche e alimenterà dissapori, ma rappresenta anche un precedente significativo sul ruolo dei social network e sulla necessità che la policy delle piattaforme, anche se situate all'estero, si adegui alla legislazione del paese che le ospita.

CasaPound vince la causa contro Facebook

CasaPound ha vinto la causa contro il gigante di Internet. A darne notizia in tono trionfale è stato il Primato nazionale, organo ufficiale del movimento che, subito ripreso da parecchie testate, ha pubblicato l'intera sentenza. La notizia infatti è clamorosa, coinvolge una formazione di estrema destra censurata on line. Il primo round è vinto, ma la partita giudiziaria non è detto che sia vinta. Si tratta infatti, di un'ordinanza cautelare emessa dal giudice monocratico del Tribunale di Roma che potrebbe essere impugnata nell'immediato futuro dalla società di Mark Zuckerberg attraverso lo strumento del reclamo.

Intanto, la sentenza firmata dal giudice Stefania Garrisi obbliga Facebook a riattivare immediatamente la pagina del movimento politico insieme a quella del suo amministratore Davide Di Stefano. Fissa la penale di 800 euro per ogni giorno di violazione dell'ordine impartito "successivo alla conoscenza legale dello stesso". Infine, condanna la società a pagare 15 mila euro di spese processuali. Un'inezia per il colosso californiano fondato nel 2004, proprietario di Facebook e Instagram, ma importante è la 'ratio' che ispira la sentenza.

"Siamo a conoscenza della decisione del Tribunale Civile di Roma e la stiamo attentamente esaminando", ha riferito all'Ansa un portavoce della società.

Policy di Facebook contro leggi dello Stato italiano

Nella motivazione della sentenza, il giudice ha chiarito che il movimento CasaPound privato della sua pagina viene ad essere escluso dal dibattito politico, in una realtà, come di fatto è quella italiana, in cui la quasi totalità degli esponenti politici, pressoché quotidianamente, utilizzano il proprio profilo Instagram o pagine Facebook per diffondere le loro idee e i messaggi politici del partito d'appartenenza.

La sentenza può costituire un precedente giurisprudenziale significativo dal momento che stabilisce un preciso limite all'operato di Facebook: l'obbligo di attenersi alle leggi italiane, ben al di sopra della sua 'policy', ovvero delle sue politiche editoriali e dei termini di uso della propria piattaforma . Secondo la sentenza, il colosso americano non può più fare il bello e il cattivo tempo perché di fatto, pur non essendo equiparabile ad un organo di stampa, svolge un ruolo pubblico. Nello specifico, il rapporto avuto proprio con CasaPound, non è assimilabile a quello tra due soggetti privati.

Secondo il Tribunale Civile di Roma, Facebook o i social network ad esso collegati, devono rispettare principi costituzionali e ordinamentali, quale quello del pluralismo dei partiti politici, sancito dall'articolo 49 della Costituzione, a meno che non si dimostri la violazione degli stessi da parte dell'utente che voglia registrarsi al servizio o che sia già abilitato. "ll rispetto dei principi costituzionali e ordinamentali costituisce per il soggetto Facebook, a un tempo condizione e limite nel rapporto con gli utenti che chiedano l'accesso al proprio servizio". La scorsa primavera, il social aveva sospeso gli account dei dirigenti del movimento.

A settembre, poi, aveva annunciato di aver cancellato decine di account legati a organizzazioni locali e militanti di CasaPound e Forza Nuova con la motivazione che violavano le regole della piattaforma in merito alla diffusione di contenuti pericolosi. "Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono, non trovano posto su Facebook e Instagram", aveva detto il social.

Soddisfazione è stata espressa da Gianluca Iannone, presidente di CasaPound che interpellato adll'Adnkronos ha parlato di "chiusura pretestuosa" della pagina di un movimento che ha rappresentanti eletti nei consigli comunali.

E l'ha definita "una vittoria di CasaPound e di tutto un mondo politico non allineato". "A quanto pare i 'privati' non fanno come gli pare, cari ignoranti globalisti! La magistratura ordina a Facebook di riaprire le nostre pagine, citando la Costituzione e affermando che CasaPound ha diritto di esistere e diritto di comunicare sui social. Sentenza storica!". Così su Twitter Simone Di Stefano, altro esponente del movimento.

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