Vladimir Putin e Recep Tayip Erdogan si sono incontrati a Mosca e hanno sottoscritto l'accordo del cessate il fuoco degli scontri nella provincia siriana di Idlib, a partire dalla mezzanotte tra il 5 e il 6 marzo. Altre specifiche dell'accordo sono state poi negoziate dai rispettivi Ministri degli Esteri, Lavrov e Çavuşoğlu.

Si prevede, infatti, la creazione di una fascia di sicurezza lungo l'autostrada M4, che collega Aleppo con la base russa di Latakia, larga 6 chilometri per lato. Tale corridoio sarà controllato congiuntamente, a partire dal 15 marzo, dagli eserciti russo e turco. I termini di questo pattugliamento saranno stabiliti entro sei giorni ma si prevede che siano analoghi a quelli stabiliti il 22 ottobre scorso per la “safe-zone” costituita nel Kurdistan siriano.

Analogamente all'accordo del 22 ottobre, i russi si sono ritagliati il controllo su un altro “pezzetto” di territorio siriano, occupato in precedenza da Erdogan. Soprattutto, Putin è riuscito ad ottenere il via libera per il trasferimento delle sue truppe da Latakia ad Aleppo e viceversa, tramite l'autostrada M4. Si fa presente che prima del ”cessate il fuoco” a Idlib, come nel Kurdistan siriano, i combattimenti erano condotti dai turchi contro i governativi siriani e non contro i russi.

Le dichiarazioni di Erdogan e Putin non collimano al 100%

Dopo l'accordo, i presidenti hanno rilasciato dichiarazioni non propriamente collimanti. Erdogan ha dichiarato: "Assad vuole spazzare i civili dalla regione di Idlib e noi risponderemo se attaccati".

Il presidente russo, invece, ha ribadito che la sua priorità è sempre quella di ricostituire "l'integrità territoriale della Siria e che si debbano combattere i terroristi".

Ciò è incompatibile con la presenza turca all'interno dei confini siriani, anche perché, per "terroristi", Putin intende proprio i ribelli antigovernativi che Erdogan è intervenuto a difendere.

Il problema dei profughi è stato accennato dal presidente turco quando ha affermato che gli accordi serviranno a porre fine alla crisi umanitaria in corso. Erdogan, tuttavia, non nasconde che tale problematica, per il suo paese, stia toccando livelli di gravità tali che, in futuro, potrebbe anche mettere in crisi il suo potere all'interno della Turchia.

Quattro milioni sono i rifugiati nella Turchia di Erdogan

La popolazione infatti comincia ad avere reazioni xenofobe verso i circa quattro milioni di profughi che si sono rifugiati nel suo territorio, a seguito della guerra civile siriana e delle altre guerre medio-orientali. Tra i quattro milioni, infatti, sono presenti anche profughi afghani, iracheni, libanesi e palestinesi.

Il presidente turco avrebbe intenzione di “ripopolare” con almeno un milione di rifugiati siriani, la “zona cuscinetto” da lui occupata. Putin permettendo. L'invasione del Kurdistan siriano, infatti, non aveva soltanto l'obiettivo di frapporre l'esercito turco ad impedire i collegamenti tra i curdi siriani e quelli turchi.

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Il problema dei profughi rischia di travolgere il potere di Erdogan in Turchia

Le Nazioni Unite hanno comunicato che il numero degli sfollati dalle recenti zone di guerra ammonta a circa un milione. Di questi, almeno il 60% sarebbero minori e un altro 20% donne. Tutti costoro hanno estremo bisogno di assistenza umanitaria. Secondo l'Onu, tale assistenza andrebbe fornita anche ad almeno 2,8 milioni di rifugiati attualmente presenti in Turchia. Quando Erdogan annuncia la fine della crisi umanitaria, infatti, non intende affatto che i profughi siriani da Idlib e dintorni siano liberi di attraversare il confine turco. Il governo turco non sarebbe materialmente in grado di assisterli.

Erdogan, insomma, si trova nella situazione di non poter ospitare nemmeno un rifugiato in più di quanti già soggiornino all'interno del suo territorio.

Inoltre, per assisterli, ha esaurito da tempo i sei miliardi di euro assegnatigli dalla comunità europea. Per questo, nei giorni scorsi, ha annunciato di non essere più in grado di impedire l'espatrio dei profughi che vogliano raggiungere l'Europa.

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