Proprio come previsto, si prepara di comune accordo la spartizione del nord-est della Siria e l'operazione, ovviamente, non coinvolge i curdi. Ieri Putin e Erdogan si sono incontrati a Sochi. Ne è uscito un accordo per la spartizione delle aree in cui i curdi hanno abitato finora, dove hanno combattuto, riconquistando palmo a palmo il territorio dagli eserciti dei terroristi dell’Isis. Qui i curdi hanno istituito importanti e legittime forme di autonomia, immaginando di poterne godere i frutti una volta ristabilita la pace.

Purtroppo, il popolo curdo-siriano sembra non avere voce nelle vicende che determinano il destino del territorio su cui insiste. Come in molti si aspettavano infatti il progetto di Erdogan, che mira alla costituzione nel nord-est siriano di una "zona di sicurezza", dove rimpatriare a forza i tre milioni e mezzo di profughi siriani ora in Turchia, pare trovare l’appoggio anche di Assad.

A cosa mira l'accordo

Il fine condiviso è lo sradicamento dei curdi e la loro sostituzione forzata coi profughi siriani, che curdi non sono, ma che verrebbero stabilizzati in quella striscia di territorio denominato “zona di sicurezza”, adiacente al confine tra Turchia e Siria.

Le cifre in ballo dicono molto sulle intenzioni del progetto: stanziare 3,5 ml di persone in un’area di 32 km per 450 significa modificare completamente la demografia, la società, la cultura di quei luoghi.

Anche se l'espressione "sostituzione etnica" suona dura forse è adatta a descrivere la situazione, come ha sostenuto tra gli altri il Prof. Stanton, parlando di un tentativo di arabizzare il Rojava.

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Politica

Finora quel lembo liminare di terra è stata la casa della popolazione curda. La manovra dunque potrebbe generare una diaspora capace, nelle intenzioni di Erdogan, di disintegrare l’identità del popolo curdo o quantomeno di indebolirla. Nihil novi sub solem. Si può ricordare qualcosa di simile da parte di Saddam Hussein, che cercò di eliminare l’identità collettiva dei curdi in Iraq. La verità è che malgrado il fatto che la nascita del Kurdistan (cioè il costituirsi in forma di Stato unitario dei territori abitati dai curdi in Siria, Turchia, Iran, Iraq) appaia oggi quanto mai improbabile, a livello regionale l’autonomia del popolo curdo è considerata temibile da Erdogan, la popolazione curda in Turchia infatti è numerosa.

A cosa è servita la tregua di Trump

La tregua negoziata da Trump ha permesso l’accordo tra Putin e Erdogan: mentre i curdi si impegnavano a sgomberare l’area dalle proprie milizie, sotto la minaccia dell’esercito turco, i leader regionali si accordavano sui termini dell’espropriazione del loro territorio. Ora, l'accordo tra il leader turco e quello russo concede altri sei giorni di pace (150 ore) per completare il ritiro delle truppe.

È l’ennesima storia che racconta il predominio della forza sulle regole internazionali, in mancanza di istituzioni capaci di garantire il diritto tra le nazioni. I sintomi dell’impotenza davanti all’ingiustizia incominciano a manifestarsi: a Ginevra un trentenne curdo siriano si è dato fuoco davanti alla sede delle Nazioni Unite. Intanto gli Stati Uniti, accusati di aver tradito i curdi perfino dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, nel tentativo di riscattare il proprio ruolo davanti all'opinione pubblica internazionale, propongono un'inchiesta ONU sui crimini di guerra perpetrati dalla Turchia durante le operazioni militari nel Rojava, dopo il ritiro delle truppe americane.

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