Sergio Rubini va in scena con "Una sera Delitto una sera Castigo" rivisitando con estrema originalità la grande attualità di Fedor Dostoevskij. La sua personalissima interpretazione del capolavoro scritto dall'autore russo ha aperto il sipario ieri all'Argot Studio di Roma, in via Natale del Grande 27 e continuerà a coinvolgere il pubblico fino al 14 dicembre. L'attore e regista Sergio Rubini, insieme al co-protagonista di "Una sera Delitto una sera Castigo" sono partiti dall'idea di esprimere l'opera di Dostoevskij spontaneamente e questa spontaneità li ha spinti oltre la semplice lettura della storia. Si sono ritrovati a rappresentare sul palco qualcosa di più: il concetto di doppio dove si alternano, da una parte, il conflitto interiore e, dall'altra, il rovesciamento della realtà, di causa ed effetto del crimine.

Una sera Delitto, una sera Castigo. A turno.

Sergio Rubini si sente accolto dal Teatro Argot di Roma, a cui è legato da trent'anni, e da Dostoevskij, più o meno allo stesso modo. "Fa sentire normale. Anche davanti ai fatti più atroci dell'esistenza umana" ha dichiarato Rubini in un'intervista. La profondità conflittuale nel rappresentare il crimine tipica di Dostoevskij tocca le corde più impenetrabili della natura umana. Più che una rilettura fedele del romanzo di Dostoevskij l'opera messa in scena da Rubini intende manifestare sul palco l'introspezione: vuole esprimere come viene vissuto il delitto in chiave sensoriale. In tema di delitto nasce il paradosso e il ribaltamento di causa ed effetto.

Lo stesso romanzo di Dostoevskij "Delitto e Castigo" pone un quesito: non è forse dal castigo che nasce il bisogno di uccidere? Attraverso la pena, il delitto diventa lo specchio dei limiti che danna il criminale e che non gli consente di sentirsi all'altezza dell'obiettivo, di quel compito che può dare un senso ed un'affermazione della sua esistenza.

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Causa ed effetto s'invertono in un contrasto davvero suggestivo. Crea il disagio del dubbio. L'omicidio porta al castigo, la pena porta al bisogno di un crimine come affermazione di sé dell'omicida. E' quindi lo stato d'animo più che la storia ciò che sale sul palco insieme al protagonista Sergio Rubini. L'evidente crisi del teatro spinge molti a chiudere, ad arrendersi. Chi resta, come Sergio Rubini, e continua ad osare non può che scegliere soggetti capaci di far sentire liberi tanto gli interpreti quanto il pubblico. A dispetto di una crisi che non risparmia nessuno.