Secondo quanto denunciato dai sindacati di categoria, Cgil, Uil e Cisl, già in agitazione sul fronte della riforma della scuola, l'amministrazione dell'Azienda sanitaria Roma H torna nuovamente a chiedere ai propri dipendenti, dopo i tentativi del 2010 e del 2012, la restituzione dei buoni pasto percepiti nel 2008, a causa di un errore che, secondo l'Asl, fu commesso al momento della stipulazione del contratto, relativo all'aumento del valore dei buoni stessi. In funzione dei turni svolti dal personale, a ogni dipendente spetterebbe la restituzione di somme che vanno da 300 a 500 euro per un totale complessivo di oltre 2,3 milioni di euro. Secondo Fabrizio Alba, direttore generale dell'azienda sanitaria, all'atto della stipula dell'accordo alcune norme non furono rispettate, come certificato dallo stesso ministero dell'Economia.

Lo stesso aggiunge che, essendo un'azienda statale, vi è l'obbligo del recupero dei soldi, secondo loro erroneamente elargiti. Al fine di evitare la scadenza dei termini di prescrizione, recentemente ridefiniti grazie ad un accordo di maggioranza, al momento l'azienda ha inviato a ogni dipendente e ai sottoscrittori sindacali del contratto, una comunicazione di messa in mora, senza una scadenza certa per la restituzione delle somme.

L'accordo frutto della controversia, fu stipulato nel 2007, come spiega Marco Giobbi, sindacalista appartenente alla Cisl Fp, in quanto, non essendoci una mensa all'interno della struttura, fu deciso, in accordo con i sindacati di categoria, di aumentare l'importo del buono pasto da 2,5 a 5 euro. Un accordo regolare firmato volontariamente tra le parti, al fine di adeguare il valore del buono pasto all'aumento del costo della vita.

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Secondo il sindacalista, alla stipula del contratto, tutte le relative prescrizioni di legge furono rispettate, e anche volendo ipotizzare che ci furono irregolarità commesse dalla dirigenza dell''Asl, questo non dovrebbe ricadere sui dipendenti che adesso si vedono chiamati in causa per la restituzione dei soldi.

In seguito ai precedenti tentativi dell'azienda di rientrare in possesso delle somme richieste, i dipendenti presentarono ricorso, e in oltre 100 sentenze di primo grado ottennero ragione. In funzione di questo, la direzione generale, che ha impugnato i ricorsi vinti dai dipendenti, resta in attesa del pronunciamento delle sentenze di secondo grado per decidere le strategie adatte al recupero.