Tutti noi oramai conosciamo il caso della piccola Sofia, la bimba di appena 3 anni e mezzo affetta da una grave malattia degenerativa, la leucodistrofia metacromatica che paralizza e rende ciechi. Il programma televisivo Le Iene di Italia1 ha preso a cuore la vicenda e dato voce ai genitori della piccola ma anche ad altri casi di bimbi affetti da malattie neurodegenerative, in cura con le cellule staminali, che raccontano di aver avuto dei miglioramenti a seguito dei trattamenti.
Il caso nasce quando il Tribunale di Firenze, che aveva autorizzato la prima infusione di cellule staminali, il 22 gennaio autorizza la terapia compassionevole ma ne vieta la prosecuzione col protocollo Vannoni (finora seguito dalla famiglia della bimba) della Stamina Foundation, già oggetto delle indagini dei Nas.
In seguito al clamore mediatico, la sera di lunedi 11 marzo arriva il via libera dal Ministero della Salute e la piccola Sofia può riprendere la terapia proprio presso gli Spedali di Brescia.
Ma qual è il reale motivo di questo apparente ostruzionismo nei confronti del protocollo Vannoni? Per quale motivo nel novembre scorso l'Aifa pubblica una diffida per il proseguimento nei trattamenti con le staminali prodotte dalla Stamina Foundation?
Il metodo Stamina, messo a punto dal prof. Vannoni, consiste nell'estrarre dal bacino le cellule staminali che verranno moltiplicate e infuse nel paziente stesso, presso gli Spedali Civili di Brescia. Per poter beneficiare di tale protocollo occorre tuttavia un decreto d'urgenza emesso da un giudice, poiché il Ministero della Salute e l'Aifa hanno definito il metodo "rischioso per la salute".
Quello che forse non tutti sanno è che il prof. Davide Mannoni non è un medico ma è laureato in Lettere e Filosofia ed è professore associato di Psicologia della Comunicazione. La sua attività scientifica consta di 2 pubblicazioni nel campo dell'architettura. Si tratta pertanto di un professionista del tutto estraneo al mondo della medicina. Da qui partono le indagini della magistratura e i Nas e l'Aifa hanno il compito di ispezionare l'attività del centro, i locali e la gestione delle cure.
Dai risultati delle indagini sembra che il concreto pericolo per i pazienti derivi dalla scorretta modalità di conservazione delle cellule staminali da trapiantare. Sembrano addirittura emergere casi di pazienti trattati con cellule staminali derivanti da altri pazienti malati, cosa che comporterebbe la possibile trasmissione di gravi patologie.
In aggiunta al mancato rispetto delle norme di sicurezza, si aggiunge inoltre la totale mancanza di documentazione scientifica e medica a supporto del metodo.
Detto questo, in considerazione del fatto che, a detta dei medici, nient'altro può essere fatto per la bimba, non varrebbe forse la pena di concedere a questi genitori una seppur blanda speranza per la loro piccola Sofia?