Dopo l’uscita dei distributori automatici per usoterapeutico in California, prossimamente anche per “l’uso ricreativo” dellacannabis, anche nello sport agonistico il proibizionismo sembra diventare meno severo. L’ha stabilito la Wada - l’Agenzia Mondiale per l’Antidoping, che ha alzato il livello di positività, quindi di punibilità, per quanto riguarda la concentrazione di Thc- (tetraidrocannabinolo)riscontrata nelle urine degli atleti.

La nuova frontiera di tolleranza per l’uso creativo dellacannabis nello sport, ha portato all’innalzamento della soglia massimaconsentita, di dieci volte tanto: da 15 nanogrammi del 1999, si èpassati a 150 nanogrammi di Thc permillimetro, quasi una “liberalizzazione de facto” per una droga ricreativa, cheogni ricerca e studio ha sempre sostenuto di “Non poter migliorare in alcunmodo le prestazioni sportive, se non come aiuto a rilassarsi per un atletatroppo nervoso”.

La decisione è stata presa per risparmiare soldi econcentrare l’attenzione sulla lotta agli altri tipi di sostanze dopanti vere eproprie, che permettono una migliore prestazione sportiva; a tale scopo,la Wada ha innalzato la soglia ai 150 n/g, permettendo così di cancellare l’80% delle positività alla cannabis riscontrateogni anno.

L’uso ricreativo della sostanza rimane nel sangue e nelleurine da due settimane fino a un mese, con la possibilità di poter essere individuata durante la competizione agonistica; per questo motivo, onde evitare che lesqualifiche sportive per uso di cannabis diventassero delle sanzioni “morali” piuttosto chesportive, l’Antidoping ha deciso di alzare la soglia di sostenibilità, che inItalia arriva alla soglia di 50 n/g.

Ad ogni modo, utilizzare la sostanza lasera prima della gara rimane punibile.

Dunque, non è una vera e propria liberalizzazione, ma unpiccolo passo avanti, per evitare casi di squalifiche “ingiuste”, degli atletiper una positività al Thc, poiché lacannabis tutto è fuorché una sostanza per migliorare le prestazioni sportive.