L'episodio denunciato da una coppia cui fu negata nel 2010 - secondo la loro testimonianza - l'assistenza durante l'espulsione indotta nel corso di un aborto procurato a causa dell'alto numero di obiettori tra medici e personale paramedico, ripropone il problema della corretta applicazione della legge 194.

Intanto sarebbe opportuno ricordare il titolo della legge promulgata nell'ormai lontano 1978: "norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza". 

La tutela sociale della maternità implica l'attenzione che la legge pone al primo di tutti i diritti: il diritto alla vita.

Concetto che si esplicita nell'articolo 1: "Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite".

Nell'articolo 5 si specifica in maniera inequivocabile il ruolo di prevenzione all'aborto che dovrebbero avere i consultori:

"Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna (...) le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto".

Dunque l'esortazione del Presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti alla corretta applicazione della legge al fine di prevenire episodi di mala sanità, va letto come indicazione ai consultori a fare il loro lavoro di prevenzione dell'aborto, considerato come ultima soluzione quando tutti i tentativi di rimuovere le cause che inducono una donna a richiedere l'interruzione di gravidanza non sortiscono effetto.

In nessun modo si può pensare dunque che in Italia l'aborto sia un diritto, l'unico diritto è quello alla vita. L'aborto è un triste fallimento, legalizzato, della realizzazione del diritto dei diritti, quello alla vita.

E' dunque abbastanza scontato che la maggior parte dei medici sia obiettore (nel Lazio addirittura il 93%) in quanto la professione medica è deontologicamente votata a salvaguardare la vita, non a sopprimerla.

Sarebbe bene dunque che lo stato e le regioni si adoperassero a perseguire concretamente la via della prevenzione piuttosto che quella più facile e meno impegnativa dell'aborto, a sostegno del vero diritto della donna, quello di poter diventare liberamente madre.