Difficile dire se per l'Alzheimer sia arrivata l'ora delle malattie iscritte all'albo di quelle curabili con una semplice terapia, come fosse una bronchite, ma lo studio pubbllicato sul Journal of Neuroscience lascia ben sperare per una futura terapia.

Come ormai risaputo da tempo la malattia di Alzhiemer, che ha il suo picco dopo il 75 anni, vede implicata la sovrapproduzione di una proteina, la proteina beta amiloide, che causa la formazione delle cosiddette placche amiloidi nel cervello, e l'anomalia di una proteina che costituisce i microtubuli delle cellule cerebrali e che attraverso un processo degenerativo causa la morte neuronale, la proteina tau.

Come spiega Carola Colton della Duke University School of Medicine presso Duhram, autrice del lavoro, ci sarebe però un terzo fattore fortemente implicato nell'insorgere della malattia, ed è un aminoacido: l'arginina, il cui consumo eccessivo sarebbe un indice indiretto di malattia. L'arginina verrebbe "digerita" in quantità esagerata dalle cellule gliali dei pazienti ed espulsa successivamente dalle cellule stesse. Tale processo, secondo i ricercatori sarebbe concomitante alla formazione delle placche.

Sempre lavorando sugli animali si è potuto dimostrare come un farmaco sperimentale, utilizzato nella cura di alcuni tumori, conosciuto con l'acronimo DFMO, sia riuscito a bloccare il processo di digestione dell'argina, causando una diminuzione delle placche amiloidi, ma ciò che è più importante, il farmaco sembrerebbe che il farmaco abbia avuto un effetto significativo anche nel rallentamento dei sintomi della malattia.

Quest'ultimo dato è motivo di forte ottimismo, dato che, come le placche amiloidi, ritenute da molti un effetto di processi patologici a monte e non la causa del morbo di Alzheimer, anche l'arginina poteva semplicemente essere l'anello di una catena di processi, ma non direttamente la causa della malattia. Il raffronto con i dati clinici sarebbe pertanto estremamante importante.

Ovviamente i ricercatori mettono le mani avanti e afferamno che questo è solo uno studio preliminare, ma molti sono pronti a scommettere che questa scoperta può rappresentare una svolta nel rinvenimento di possibili bersagli d'azione per rallentare o addirittura sconfiggere la malattia.



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