I progressi in ambito chirurgico, in particolare il monitoraggio dei nervi laringei e l’imaging delle paratiroidi, hanno giocato un ruolo importante nell’evoluzione del trattamento per il tumore della Tiroide. Nonostante ciò, la sfida ora è quella di determinare quali tumori richiedono un intervento chirurgico e quali invece possono essere semplicemente tenuti sotto osservazione.

“Il vantaggio che il tumore della tiroide offre è quello di essere un tipo di cancro curabile, se la terapia viene portata avanti in maniera appropriata. Ed è proprio su questo che i pazienti affetti devono far affidamento” afferma il dottor Michael Bouvet, professore di chirurgia presso l’università di San Diego, California.

Fattori di rischio e iter terapeutico del tumore tiroideo

L’insorgenza del carcinoma della tiroide è più frequente nei giovani e negli adulti (20-40 anni); i fattori di rischio più comuni sono: l’esposizione ad una massiccia dose di radiazioni e una storia familiare di carcinoma tiroideo.

Esistono diversi tipi di carcinoma della tiroide. Il più comune è quello papillare che si presenta piccolo e indolente, spesso si preferisce non intervenire chirurgicamente e tenerlo sotto controllo, ma se dovesse invadere i linfonodi o danneggiare il nervo laringeo ricorrente, il paziente andrebbe incontro a disturbi come la raucedine, la sensazione di “oppressione” al collo ecc. Forme più rare sono il carcinoma follicolare e quello midollare.

Spesso la diagnosi è di tipo incidentale: il paziente scopre di avere un nodulo tiroideo in seguito ad una visita di routine dal proprio medico di famiglia. Segue il monitoraggio del nodulo, che consiste nella biopsia con ago aspirato se il nodulo supera 1 cm di diametro e, nel caso in cui l’esame rilevi la presenza di cellule cancerose, si procede con la chirurgia.

Nuovi sviluppi nella terapia chirurgica

Durante il vertice OncLive 2017, il dottor Bouvet espone le novità nell’ambito della chirurgia del carcinoma tiroideo.

L’obiettivo di primaria importanza per un chirurgo che opera su un carcinoma tiroideo è quello di non danneggiare le delicate strutture adiacenti alla tiroide, in modo tale da scongiurare eventuali complicanze che possono presentarsi durante e dopo l’intervento.

In particolare è importante monitorare il nervo laringeo ricorrente durante l’intervento, perché se quest’ultimo dovesse essere accidentalmente danneggiato il paziente svilupperà la raucedine. Un’altra struttura da preservare sono le quattro ghiandole paratiroidi, situate dietro la tiroide, e responsabili del metabolismo del calcio. Le paratiroidi non dovrebbero essere asportate insieme al tessuto tiroideo e, ancora più importante, dovrebbe essere garantita alle quattro piccole ghiandole un’abbondante vascolarizzazione. Per sincerarsi dell’integrità delle paratiroidi e della rete vascolare annessa, i chirurghi iniettano un colorante verde fluorescente, l'indocianina, subito dopo aver asportato la tiroide.

Il colorante renderà visibile il flusso sanguigno destinato alle paratiroidi: un recente studio svizzero ha confermato che è sufficiente che anche una sola delle quattro ghiandole sia ben irrorata per scongiurare disturbi post-operatori del metabolismo del calcio.

Oltre al monitoraggio del nervo laringeo e all’imaging delle paratiroidi, oggi i chirurghi dispongono di nuovi agenti emostatici, indispensabili per tenere sotto controllo eventuali emorragie, e addirittura di nuovi accessi chirurgici. Questi ultimi prevedono di raggiungere e intervenire sulla tiroide praticando un accesso a livello del cavo ascellare o del cavo orale.

La vera sfida nel trattamento clinico del carcinoma della tiroide è quella di capire quando è opportuno intervenire chirurgicamente e quando limitarsi ad un’attenta “osservazione” della neoplasia.

Nel caso di un tumore molto piccolo e circoscritto, non è necessario ricorrere immediatamente alla chirurgia, mentre nel caso di una massa voluminosa, infiltrante e più aggressiva, la chirurgia diventa assolutamente indispensabile.