Dal mondo della sanità arriva una notizia abbastanza preoccupante: curarsi in una regione diversa dalla propria sarà più difficile. Il Fatto quotidiano.it in un articolo, infatti, conferma che è in arrivo un nuovo taglio dei rimborsi alle cure da una regione all’altra. Nel mirino dei tagli finiranno solo le strutture private accreditate. Lo scopo è mantenere in pareggio i conti pubblici della Sanità.

Nuovo taglio dei rimborsi alle cure da una regione all’altra

La Conferenza Stato-Regioni sta studiando come mettere in pratica questo piano.

Per fine mese è infatti prevista la chiusura dell’accordo sui saldi della mobilità 2016, incidenti sulla ripartizione del Fondo sanitario 2018. C’è chi ipotizza che le "Regioni-poli d’eccellenza" che ricevono i malati lo potranno ancora fare, ma senza superare una certa soglia. Il meccanismo dei rimborsi alle cure, che ha consentito la mobilità interregionale dei malati che vogliono farsi curare negli ospedali privati accreditati con il servizio sanitario, finora è stato questo. Se un malato proveniente da un'altra regione veniva curato ad esempio in una struttura privata lombarda, questa "fatturava" il costo delle cure alla Regione Lombardia.

La Regione provvedeva a pagare rifacendosi sulla regione di provenienza del malato, inviandogli quindi la relativa fattura.

Visto però che le Regioni da cui provengono i malati sono tutte in rosso, il pagamento dei debiti non è quindi quasi mai immediato. Ciò ha portato ad un accumulo dei debiti delle Regioni in piano di rientro. Chi ha più debiti è la Calabria, con un saldo negativo di oltre 319 milioni di euro. A seguire c’è la Campania (302 milioni) e Lazio (289 milioni). La Lombardia invece è quella che vanta più crediti in assoluto e dove ogni anno vengono a curarsi ben 120 mila pazienti. Ecco perché i cittadini lombardi non possono continuare a pagare le cure a quelli di altre regioni, senza essere rimborsati.

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Salute

Sanità, freno ai ricoveri da fuori regione

Sebbene siano scattate molte rassicurazioni sul fatto che le prestazioni ad alta complessità non verranno messe in discussione, come le cure per il cancro e la cardiochirurgia, ad essere contingentate potrebbero essere oltre 400 prestazioni considerate di bassa complessità. Il rimborso si esclude infatti nel caso di piccoli interventi (es. coronarografie). Ne discende che se l’operazione è al tunnel carpale, il calabrese può scordarsi la possibilità di andare in Lombardia in una struttura privata convenzionata con il SSN, visto che in Calabria tale intervento può ben essere eseguito.

La commissione Salute della Conferenza delle Regioni deve comunque ancora decidere il criterio di selezione delle cure. Intanto la spesa di quanti viaggiano per farsi curare al Nord è in costante crescita.

Finora si è infatti pensato a salvaguardare la scelta del malato di curarsi dove vuole (dove ha la garanzia di standard più elevati e meno rischi), senza buttar via soldi pubblici. Ecco quindi che il pericolo di togliere a migliaia di pazienti il potere di scegliere i centri più evoluti, introducendo filtri e blocchi contro le realtà all’avanguardia, potrebbe comportare diverse problematiche economico-sociali.

C’è infatti chi pensa che così facendo si penalizzerebbero di fatto i sistemi più avanzati, proprio perché i tagli ai rimborsi costringeranno le Regioni a non pagare più gli ospedali, i quali non potrebbero più accogliere i malati, divenuti un costo insostenibile. Intanto a Milano la onlus “A casa lontani da casa” raggruppa una serie di organizzazioni no profit (associazioni e parrocchie) che offrono oltre 1200 posti letto a prezzi accessibili.

E al di là dei numeri c’è anche chi ogni giorno lotta tra la vita e la morte.

Come Rosario Rubino, 58 anni, di Catanzaro, che per ritirare la dose di chemioterapia spende oltre mille euro all’anno tra treni, aerei e hotel. Costi, che solo in parte (circa 300 euro) gli vengono rimborsati dalla Regione. Quello che fa rabbia è pensare anche che il piano di rientro della Calabria dura da 8 anni. Tale situazione non consente certo di assumere personale e fare investimenti. Il paradosso è che nel 2008 la Calabria ha previsto la costruzione di 4 nuovi ospedali, quello di Catanzaro, Palmi, Sibari, Vibo Valentia.

Ad oggi dopo 10 anni non si vede ancora nulla, mentre si allungano le liste d’attesa e i reparti scoppiano.

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