Le polemiche relative alla legge contro la propaganda pro gay in Russia sono ben lontane dall'acquietarsi, come sa bene Vladimir Putin. E nemmeno le Olimpiadi invernali di Sochi sono esenti dalla battaglia contro la discriminazione, tanto che, suo malgrado, fa scalpore la medaglia d'oro conquistata da Ireen Wust nel pattinaggio su ghiaccio sulla distanza di 3.000 metri.

Non è la prima medaglia della Wust, giunta al terzo alloro olimpico, ma è la prima in un Paese che ha compiuto un triplo salto indietro nel tempo, piombando con alcune leggi recenti in un clima da caccia alle streghe.

Nonostante l'atleta olandese non intenda utilizzare le luci della ribalta per lanciare messaggi universali, per una volta Putin ha dovuto mettere da parte il suo machismo mantenendo tuttavia un certo aplomb, mentre con indifferenza abbracciava la Wust nei festeggiamenti dopogara.

E probabilmente l'abbraccio è stato studiato dallo staff presidenziale, attento a mantenere in questi giorni di grande visibilità per la Russia l'immagine di un Paese efficiente e tollerante. Sochi 2014 rappresenta comunque i giochi dei primi coming out ufficiali da parte degli atleti.

Anzi delle atlete. Perché le sette che hanno dichiaratamente svelato la propria omosessualità sono tutte donne. Alcune impegnate in prima persona nella battaglia per il riconoscimento dei propri diritti. Altre meno schierate, ma orgogliosamente e dichiaratamente omosessuali. Che nessun uomo abbia (ancora) compiuto un passo del genere, conferma soltanto la maggiore reticenza del 'maschio' verso un tema che rimane ancora un tabù per tanti.

Ma in fondo i giochi non sono ancora finiti.

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