Che Kyrie Irving avesse bisogno di nuovi stimoli lontano dai Cavaliers dell’amico LeBron James, è cosa nota. Quello che nessuno avrebbe potuto prevedere è il modo in cui il 25enne nativo di Melbourne sarebbe riuscito a prendere per mano l’intera squadra dei Boston Celtics per condurla a macinare vittorie in giro per i palazzetti della NBA. L’ultima, contro Dallas nella notte, è la sedicesima di fila per la franchigia.

Realizzando una prestazione stellare da 47 punti (10 dei quali nell’overtime), Irving ha confermato per l’ennesima volta che il suo talento non ha confini, ma solo grazie ai compagni ha messo in cassaforte un risultato che non fa altro che dar credito all’eccellente lavoro tecnico (ma non solo) dell’intero gruppo dei Celtics. Boston non è nuova a strisce positive di questo genere, ma probabilmente mai ne aveva realizzata una in situazioni così imprevedibili.

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La maschera non lo ferma, Boston scaccia lo spauracchio infortuni

L’inizio di stagione per i Celtics non è stato certo dei più facili. Orfani di Marcus Morris già dalla preseason, perso anche Gordon Hayward alla prima uscita da neo-acquisto, coach Brad Stevens e i tifosi hanno dovuto fare i conti con la panchina fin da subito. Ma la “maledizione” degli infortuni a Boston ha complicato ancor di più le rotazioni, con l’infortunio alla testa di Al Horford (ormai pienamente guarito).

Ultimo ma non ultimo, proprio Kyrie: nella gara dell’11 novembre contro gli Charlotte Hornets, Irving ha abbandonato il campo in seguito ad uno scontro col compagno Aron Baynes, riportando una frattura facciale. Risultato? Niente riposo, sufficiente una maschera protettiva. Maschera che, dopo il “rodaggio” delle prime uscite, è stata modificata allo stato dell’arte per permettere ad Irving prestazioni come quella contro Dallas.

Tante superstars, ma i Celtics vincono facendo squadra

Ma la gara straordinaria del funambolo da Duke non è frutto del solo talento individuale: i Celtics sembrano aver trovato la perfetta chimica tra i principali interpreti del gioco (Horford, Smart, lo stesso Irving) e i volti nuovi di queste ultime due stagioni (Jaylen Brown e il rookie Jayson Tatum su tutti).

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Il risultato è umano oltre che atletico: i Celtics di Stevens sono un mix di talento, fiducia reciproca, altruismo e spirito d’iniziativa collettivo. Il tutto senza trascurare l’attenta e impeccabile difesa, marchio di fabbrica dei verdi di Boston e sempre elemento chiave nella NBA di ieri e di oggi. E se poi l’attacco è questo, il piatto è servito.

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