Il doping nel Ciclismo è una piaga che negli ultimi anni, grazie alla maggiore responsabilità dei ciclisti e controlli più serrati, ha avuto sempre meno proseliti. Non sono mancati alcuni casi clamorosi, soprattutto tra gli amatori e dilettanti, ma a livello professionistico non sono più certamente i tempi di un vero e proprio 'far west'. In queste ore sta facendo scalpore tra i tanti appassionati di ciclismo la sentenza del Tribunale Nazionale antidoping per aver assolto un ciclista quindicenne, fermato un anno per doping, per 'inconsapevolezza'.

Ciclismo, il Tribunale Nazionale antidoping annulla la condanna a un quindicenne

Un ciclista di quindici anni il 29 luglio scorso fu fermato per un anno per essere risultato positivo a a uno steroide anabolizzante. Questo steroide, il Clostebol, era contenuto in una crema acquistata dalla madre. Infatti, il genitore forse non curante del bollino rosso impresso sulla confezione, chiaro avvertimento di doping, aveva somministrato la pomata cicatrizzante Trofodernim al figlio. Come ricorda La Gazzetta dello Sport questa pomata fu al centro di un'altra vicenda di doping, che costò la squalifica alla portabandiera paralimpica azzurra di Rio Martina Caironi, esclusa dai Mondiali di Doha. La ragazza applicò la pomata su piaghe formatesi sui moncherini dell'arto amputato.

Pomata acquistata dalla madre per curare le bruciature

Il Corriere della Sera ricorda come il Trofodermin abbia già portato alla squalifica di circa 50 atleti per doping. Il ragazzo, nell'attesa di leggere le motivazioni che hanno portato alla riabilitazione, sarebbe stato inconsapevole del rischio che la pomata potesse procurargli effetti dopanti. Il procuratore nazionale antidoping Laviani aveva chiesto infatti una squalifica per "doping colposo", ma questa sembra essere stata rigettata dal Tribunale.

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Nella difesa del minore portata avanti dall'avvocato Celestino Salami è stato dato grande risalto proprio all'inconsapevolezza del ragazzo. Avrebbe preso e applicato l'unguento senza vedere la confezione, quindi il bollino rosso di sostanza dopante. La pomata, a quanto riportato dalla difesa, sarebbe stata acquistata dalla madre per curare delle bruciature causate dall'utilizzo del ferro da stiro. Il ragazzo quindi avrebbe operato nella più assoluta buonafede, dopandosi accidentalmente e appunto in maniera inconsapevole.

Bisogna precisare che la normativa di riferimento impedisce di scaricare la colpa sui genitori, infatti va letto come una intossicazione e non come la volontà di doping. La procura potrà ancora far ricorso al Tribunale di appello, perché una sentenza del genere farebbe sicuramente giurisprudenza in materia.

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