Dieci anni dopo la sua indimenticabile vittoria al Giro delle Fiandre 2016, la sua prima classica monumento, Peter Sagan osserva l'evoluzione del ciclismo moderno da una posizione più defilata. L'ex campione slovacco, che chiuso la carriera nel ciclismo su strada nel 2023, ha parlato a cuore aperto con il giornale Het Nieuwsblad, riflettendo sulle trasformazioni che il suo sport ha vissuto e sul ruolo di un protagonista assoluto come Tadej Pogacar.

'Cosa ricordo del Fiandre? Chi è arrivato secondo'

Sagan ha raccontato di pedalare ancora, ma senza obiettivi o pressioni.

Ricordando la sua splendida impresa al Fiandre nel 2016, Sagan non si concentra subito sull’attacco decisivo sul Paterberg, ma cita un dettaglio che per lui aveva un significato speciale: "Cosa mi è piaciuto di più? Chi è arrivato secondo. Fabian Cancellara. Ero arrivato secondo o terzo dietro di lui così tante volte. Finalmente sono riuscito a battere quel vecchio".

Una dichiarazione che racchiude in poche parole la soddisfazione di aver superato un campione con cui aveva vissuto una rivalità accesa a inizio carriera, suggellando una vittoria che ancora oggi rimane tra le più prestigiose.

Il ciclismo, però, è cambiato profondamente negli ultimi anni. "Adesso Pogacar parte da 120 chilometri all'arrivo", spiega Sagan, riferendosi al modo aggressivo e coraggioso con cui il campione sloveno rivoluziona le gare.

"Lo so. I tempi sono cambiati. Io ero molto più furbo. Mi piaceva vincere, ma non mi piaceva soffrire. Se potevo aspettare, aspettavo. Era più facile. Meno dolore."

'Gli ultimi tre anni sono stati un incubo'

Lontano dai riflettori e dalle corse, il cambiamento nella vita di Sagan è stato molto significativo. Anni di trasferte continue e poco tempo trascorso a casa con la famiglia hanno lasciato il segno. "Ero sempre in giro. Ho passato più tempo con altre persone che con mio figlio", confessa con un velo di tristezza.

La pandemia, poi, ha amplificato queste difficoltà, aggravando la sua condizione fisica e mentale, facendo emergere con forza domande profonde. "Gli ultimi tre anni sono stati un incubo...

Sempre più spesso mi chiedevo: ‘Cosa ci faccio qui? Dovrei essere a casa con mio figlio.’"

Questa riflessione ha segnato la decisione di lasciare il ciclismo professionistico, scegliendo una nuova prospettiva di vita. Oggi osserva da lontano uno sport che appare sempre più tecnologico, dominato da corridori giovani ed esplosivi, supportati da dati scientifici e team di performance estesi. Su tutti spicca la figura di Pogacar, un talento "straordinario" che però, secondo Sagan, rischia di ridurre l’incertezza e la suspense che un tempo rendevano le gare affascinanti e imprevedibili.

"Per lo sport, Pogacar è straordinario. Dovrebbero farlo correre in una categoria a parte", dice con un sorriso ironico e una punta di critica.

E aggiunge: "Dicono che il ciclismo non sia come giocare alla PlayStation. Per lui, invece, lo è. Anzi, è persino più facile della PlayStation."

Pur vivendo a Montecarlo, le occasioni d’incontro tra i due sono rare. "Molto di rado. Mi limito a salutarlo da lontano", conclude Sagan, confermando come, al di là delle rivalità e delle generazioni diverse, il rispetto per il ciclismo e per chi lo pratica resti un valore condiviso.