Poche serie Netflix sono state memorabili come Love, Death & Robots, forse solo Black Mirror. I fan dello sci-fi, degli Anime, dei fratelli (ops, sorelle) Wachowski, di Matrix e di Blade Runner avranno pane per i loro denti. La serie antologica è ancora firmata David Fincher regista di Se7en, Fight Club, ma anche Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button, The Social Network e Tim Miller, genio dietro al successo del film di Deadpool e che molto presto rivedremo al cinema con Terminator: Destino oscuro.

Ancora una volta la piattaforma di Santa Clara, che ha dato l’annuncio sull’account ufficiale di Netflix Italia il 10 giugno, afferma che non si tratterà di una serie convenzionale.

La prima stagione tra Fortnite e Blade Runner

La prima stagione di Love, Death & Robots è stata pubblicata su Netflix venerdì 15 marzo 2019. Una serie antologica modello Black Mirror, diversamente dall’ultima anoressica stagione (solo 3 puntate) della serie inglese, lo show del duo Fincher-Miller si è subito messo in mostra se non per l’originalità delle tematiche trattate, per la messa in scena che tocca vette estetiche inusuali per una produzione seriale e che siamo abituati a vedere forse solo al di là dell’oceano pacifico, all’ombra del monte Fuji.

È una serie tipicamente Netflix, fatta di 18 storie diverse di varia durata tra 6 e 17 minuti, ognuna delle quali è postmoderna e citazionista a più livelli e che quando unisce citazione ed estetica del media al quale fa riferimento provoca la gioia dell’appassionato di fantascienza al quale è rivolta. La prima stagione raggiungeva picchi di sublimità estetica con l’episodio Buona caccia: estetica steampunk-vittoriana, tutto vapore ed androidi ad orologeria che ricordano il cavaliere meccanico di Leonardo da Vinci, come gli automi islamici raccontati nel libro di Al-Jazari e - perché no - anche quelli cinesi immaginati nel III secolo a.C.

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dall’ingegnere meccanico Yan Shi e che forse è più vicino a questo racconto che fonda la meccanica di precisione con lo scintoismo (la protagonista è infatti una donna volpe). L'episodio La testimone è chiaramente ispirato da Matrix, nell’ambientazione da Chinatown del futuro, al racconto su più livelli che parla del multiverso. Il vantaggio di Sonny invece prendeva spunto dall’ultimo cinema muscolare di Gugliemo Del Toro, quello di Pacific Rim, spruzzandolo di neon alla Blade Runner, ma anche Avatar, per raccontare una storia che forse non sarebbe dispiaciuta ad Hitchcock, con quel red herring finale che lui metteva in ogni film (è l’elemento di distrazione che porta l’attenzione dello spettatore su cose poco importanti per portare al colpo di scena).

Tre robot è chiaramente un Wall•E con tre protagonisti, mentre l'episodio Tute meccanizzate ha fatto la gioia di quanti aspettavano un nuovo Starship Troopers, ma disegnato con i tratti fumettosi di Fortnite.

Per non fare la fine di Black Mirror

Dove potrà andare a parare la seconda stagione? Di certo non deve cristallizzarsi come è successo a Black Mirror che oramai cita se stessa. Netflix non fa menzione sul numero degli episodi o sulla loro durata: la speranza è che, sia che siano girati live action che disegnati a mano raggiungano la qualità da “corto d’autore” di episodi come L’era glaciale, tutto ambientato all’interno di un frigorifero dove vive una micro-civiltà che si estingue con la guerra atomica per poi risorgere ed abbandonare il vano freezer per il cosmo.

La speranza è che la seconda stagione ci siano più episodi come La notte dei pesci, episodio che sembra l’adattamento di un racconto di Philip K. Dick o come Zima Blue che forse segna il punto più alto della serie, per racconto che unisce la fantascienza classica di Asimov e un’estetica minimale che sublima tutto nel colore blu e meno momenti come Il succhia-anime, brutta copia di Dracula e di Castlevania, che poco c’entra con il corpus della serie.

L’annuncio dell’ingresso nel team di Jennifer Yuh Nelson, la regista di Kung Fu Panda 3 dovrebbe rassicurare sulla tenuta delle storie e la piena libertà espressiva che ha permesso di realizzare un prodotto davvero fuori dagli schemi, in grado di far coesistere e funzionare assieme stili estetici e narrativi eterogenei, spingendo su quell’estetica legata alla cultura marginale geek e nerd della quale Tim Miller si dice bulimico.

La serie dei sogni non ha una produzione precisa

Netflix ha investito molto tempo ed energie nella serie, e per una buona ragione: è incredibile, totalmente originale e stimolante. Ogni episodio ha una durata differente, ma in genere sono brevi, concentrati e disconnessi tra loro. La grande N potrebbe decidere di rilasciare gli episodi in pacchetti oppure tutti insieme come ha fatto con la prima serie di 18 puntate. Ancora una volta poi la serie potrebbe essere presentata al pubblico in 4 “playlist” differenti. Cioè i singoli episodi potrebbero essere presentati in ordine differente e casuale, come era successo con la prima serie (la piattaforma aveva garantito di non registrare le preferenze intime e religiose degli utenti al fine di personalizzare l’ordine degli episodi presentati). Forse è proprio la diversa durata degli episodi e dei diversi stili realizzativi il motivo per il quale Netflix non ha rilasciato una data precisa: il senso del trailer è «Ci stiamo lavorando, non sappiamo quando sarà pronto», ma già basta per risvegliare la scimmia malata di binge watching che può essere tenuta a bada solo da una cura Ludovico modello Arancia meccanica a base della prima stagione.

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