Chernobyl, la popolarissima miniserie prodotta dalla HBO e trasmessa in Italia su Sky Atlantic, ispirata alla storia del disastro nucleare di Chernobyl, nell’attuale Ucraina, nel 1986, ha vinto il premio per la miglior miniserie agli Emmy Awards, il più importante premio televisivo a livello internazionale.

Nella stessa categoria la serie è riuscita a strappare i premi per la miglior regia e per la sceneggiatura.

La cerimonia degli Emmy Awards 2019, in diretta dal Microsoft Theatre di Los Angeles, è andata in onda la sera di domenica negli Stati Uniti, in Italia a partire dalle nostre ore 1:45 su Rai4.

In onda in Italia dal 10 giugno, la miniserie è stata acclamata anche nel nostro paese, presso gli abbonati Sky, e suscitando un vivace interesse anche negli appassionati del disastro. È stata paragonata alla trasposizione filmica di una sceneggiatura alla Stephen King, con il relativo corollario di sensazioni inquietanti che penetrano nella psiche dello spettatore.

Chiunque abbia letto The Mist, It oppure Il gioco di Gerald probabilmente proverà sensazioni familiari.

È bene ricordare che Chernobyl non è un documentario. Incongruenze rilevabili da chi è profano di fisica nucleare non ce ne sono, ma ad un occhio esperto non possono sfuggire, e sono decine. Non mancano licenze poetiche e personaggi fittizi, ma tutto è lecito per arrivare al vero obiettivo della serie in questione: quello di condensare, in forma adatta alla comunicazione della nostra epoca, affamata di Serie TV complesse e multi-livello, tutti gli ingredienti classici del racconto dell’orrore alla Edgar Allan Poe.

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Senza voler ‘spoilerare’ ulteriormente la visione a chi si appresta a farlo, va comunque detto che l’adattamento di Craig Mazin sceglie subito un punto di partenza narrativo tragico: cioè quello di un suicidio. Lo spettatore è guidato a seguirlo nei suoi passi, a voler sapere chi sia, per quale motivo lo faccia, e in che modo questa morte sia legata alla tragedia che tutti, a parte i dettagli, conoscono.

Le conseguenze nel mondo reale di Chernobyl serie tv

Sembra che, per quanto romanzata, la serie non sia stata una passeggiata di piacere per chi, quella tragedia, l’ha vissuta davvero ed è sopravvissuto abbastanza a lungo per poter vedere all’opera gli eroici liquidatori della centrale in versione settima arte, giudicando dal tragico fatto che ebbe luogo nel giugno scorso, in Ucraina, quando uno dei liquidatori, 61 anni, il kazako Nagashibay Zhusupov, si sarebbe tolto la vita a seguito della visione dei primi episodi.

Ma non è finita qui: perché la psicosi Chernobyl non si è limitata ai ricordi dei reduci, ma ha fornito un incentivo per far conoscere (meglio) la tragedia anche a chi in quell’epoca non c’era oppure era troppo giovane (d’altronde, sono passati quasi 35 anni). Il turismo in Ucraina, un paese bellissimo troppo spesso ricordato da noi solo appunto per il disastro nucleare, ne è uscito notevolmente rafforzato, ed il governo ha subito predisposto un “corridoio verde” per le persone che volessero visitare l’area off-limits di 50 km intorno alla centrale, tuttora sottoposta a frequenti controlli.

Non sono rari gli avventurosi turisti che si avventurano nella “Pompei sovietica”, Pripyat’, una fiorente città modello nell’URSS, ma ferma a 35 anni fa e ormai derelitta alla vegetazione.

Chernobyl nel presente

Può una serie ambientata nel passato, comunque nella storia recente, nel contesto di un sistema economico e produttivo non più esistente, come quello sovietico, fare ancora presa e spingerci a interrogarci sul presente e sul futuro dell’umanità? Pare di sì. Fa male perché, come nel mondo reale, i personaggi che sanno e che potrebbero aiutare a risolvere la situazione spesso tacciono oppure sono tormentati da dubbi di ogni genere, mentre chi ha minori competenze o minore intelligenza è assolutamente sicuro di sé, il che comporta la presa di decisioni spesso deleterie.

La scienza di Chernobyl è in costante tensione tra chi ne incarna davvero i valori e chi invece si piega alla ragion di stato per impedire il diffondersi parallelo delle radiazioni e del panico generalizzato. Tuttavia, in situazioni di emergenza come quella che Chernobyl ci ha scolpito nella memoria, fornire al potere statale la propria competenza non basta. Bisogna anche che il potere ascolti e che agisca. Per questo le inquietanti visioni post-apocalittiche di Chernobyl forniscono al pubblico moderno un angosciante promemoria per tutto quello che (non) stiamo facendo per contrastare il cambiamento climatico.

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