“Ho sempre detto al mio esercito, questa guerra è la nostra guerra. I terroristi dello Stato Islamico sono arrivati in Siria da ogni parte del mondo. Noi siamo coloro che devono assumersi la responsabilità di combatterli, perché hanno occupato la nostra terra, saccheggiato i nostri villaggi, ucciso i nostri figli e ridotto in schiavitù le nostre donne”. Così il comandante delle forze democratiche siriane, confederazione di combattenti curdi, siriani e assiri, il generale Mazloum Abdi, in un appello pubblicato integralmente da Foreign Policy.

“Il mondo ha sentito parlare per la prima volta di noi Forze Democratiche Siriane (FDS), durante il caos della guerra civile nel nostro paese. Servo come comandante in capo. Le FDS dispongono di 70.000 soldati che hanno combattuto contro l’estremismo jihadista, l’odio inter-etnico, e l’oppressione delle donne a partire dal 2015. I nostri soldati sono diventati una milizia combattente disciplinata e molto professionale.

Non hanno mai sparato una singola pallottola contro la Turchia. I militari e gli ufficiali statunitensi ci conoscono molto bene e sempre hanno lodato la nostra efficienza e abilità”.

La mossa delle forze curde: accordo con Assad 'male minore'

Dal Rojava assediato dalle forze turche, che hanno lanciato l’operazione Peace Spring nella giornata del 9 ottobre, si leva disperato e accorato un appello ai leader mondiali affinché non abbandonino le forze curde al loro destino.

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Politica

Ora pare che nella partita, dove inizialmente avevano l’iniziativa Americani e Turchi, siano entrati anche i Russi e i loro alleati dell’esercito regolare della Siria del presidente Bashar Al-Assad.

“Crediamo nella democrazia come nostro valore fondamentale, ma vista l’invasione da parte della Turchia e la minaccia esistenziale che questo attacco pone nei confronti del nostro popolo, potremmo riconsiderare le nostre alleanze.

I Russi e il regime Siriano ci hanno fatto proposte che potrebbero salvare la vita di milioni di persone che vivono sotto la nostra protezione. Non abbiamo fiducia nelle loro promesse. Ad essere onesti, è difficile dire su chi abbiamo fiducia”, prosegue il comandante.

Domenica infatti il comando delle forze curde ha fatto sapere di aver trovato un accordo con il regime siriano, e quindi, indirettamente, con la longa manus della Russia nella regione mediorientale, secondo il quale le forze di Damasco presidieranno alcune città del nord, come Manbji, dove non entravano da anni allo scopo di impedire una ulteriore avanzata turca.

L’accordo parla anche della possibilità di liberare alcune città come la famosa Afrin, presa dai turchi nel corso di una operazione militare del 2018. La decisione curda sembra una mossa disperata, poiché, rimasti senza protezione internazionale e di fatto in trappola dopo il disimpegno americano nella regione, hanno deciso di scegliere il “male minore”. “Se dobbiamo scegliere tra un compromesso doloroso e il genocidio della nostra gente, sceglieremo senza esitazione la vita della nostra gente”, ha sottolineato Mazloum Abd sempre a Foreign Policy.

Le novità della guerra in corso

Diverse novità sono intervenute negli ultimi giorni: in primo luogo l’avanzata della Turchia, che sembra irresistibile, ormai utilizza senza farsi troppi scrupoli truppe mercenarie appartenenti a brigate di tipo terroristico, come quelle del fronte Al-Nusra, e lascia fare a loro il “lavoro sporco” mentre la massa dell’esercito turco rimane nelle retrovie, essendo impegnato perlopiù a sfruttare il vantaggio strategico dell’aviazione che bombarda incessantemente il confine turco-siriano, senza distinguere tra obiettivi militari e civili. Mark Esper, ministro della difesa degli Stati Uniti, ha annunciato che gli USA provvederanno a evacuare al più presto i mille soldati ancora presenti nella regione, per evitare che rimangano intrappolati dall’avanzata dei due eserciti regolari, quello turco e quello siriano. In ogni caso quest’ultimo per mezzi e per effettivi sembrerebbe in tutta evidenza inferiore al corpo di spedizione di Erdogan. Sabato inoltre è stata uccisa Hervin Khalaf, segretaria generale 35enne di un partito progressista curdo molto stimata e attiva in campo diplomatico, simbolo dell’emancipazione delle donne curde. L’esercito curdo ha accusato della sua uccisione un gruppo di mercenari affiliati alla Turchia.

Il problema degli ex Isis fuggiti

Nel frattempo qualche centinaio di reduci Isis, detenuti quali prigionieri di guerra dai curdi, sono fuggiti e di loro si son perse le tracce. Stimarne il numero preciso è complesso, ma è una diretta conseguenza della necessaria riduzione d’organico della vigilanza sulle prigioni, essendo la totalità delle forze curde impegnate al fronte. Secondo il presidente americano Donald Trump, "gli Stati Uniti hanno il peggio dei prigionieri dell'Isis – si legge in un Tweet -. La Turchia e i curdi non devono lasciarli scappare. L'Europa avrebbe dovuto riprenderseli dopo le numerose sollecitazioni. Lo faccia ora. Non arriveranno mai e non saranno mai portati in Usa".

”Non stiamo chiedendo ai militari americani di rimanere a combattere qui”, continua invece il comandante curdo, “comprendiamo la decisione del presidente Trump di ritirare le truppe USA. Del resto, i padri vogliono rivedere il sorriso dei loro figli, gli amanti vogliono ascoltare le voci dei loro amati che sussurrano a loro, chiunque vorrebbe tornare a casa. [...] Sappiamo che gli Stati Uniti non possono assumersi il ruolo di polizia mondiale. Ma vogliamo assicurarci che gli Stati Uniti riconosca il suo ruolo importante nell’arrivare a una soluzione Politica per la Siria. Siamo sicuri che Washington abbia abbastanza prestigio per mediare una equa pace tra noi e la Turchia”. Una cosa è certa: se Washington avesse tenuto fede ai suoi impegni, ora i combattenti curdi non sarebbero esposti, petto in fuori, ai taglienti coltelli della Turchia.

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