La zuppa di pinne di squalo è una tradizione culinaria cinese che risale ai tempi della dinastia Ming, piatto di lusso che viene servito in occasioni speciali e che in tempi recenti ha avuto una grande diffusione nel resto del mondo. I mezzi di pesca su larga scala consentono oggi il reperimento delle pinne di squalo in enormi quantità. I paesi leader nella produzione e nella commercializzazione nel mondo sono Cina, Hong Kong, Taiwan e Giappone.
Proprio in questi giorni a Hong Kong si è assistito ad una vera e propria mattanza di squali. Le pinne ricavate a decine di migliaia sono state allineate sui tetti delle case per l’essiccazione.
L’uso di far essiccare le pinne di squalo sui tetti si è diffuso di recente allo scopo di rendere meno evidente la pratica. In precedenza difatti l’essiccazione veniva praticata direttamente lungo i marciapiedi. Questa pesca, denominata finning, consiste nello spinnamento degli squali ancora vivi, che vengono poi rigettati in mare per liberare spazio sulle imbarcazioni e favorire il lavoro sull’ulteriore pescato. Gli squali così privati delle pinne annaspano in mare e sono destinati a una morte lenta e dolorosa.
Si tratta dunque di una pratica inutilmente cruenta, caratterizzata da un grosso spreco di risorse e fortemente lesiva per l’equilibrio dell’ecosistema marino quando è appunto praticata in così grandi proporzioni.
Le associazioni ambientaliste hanno più volte segnalato questa pratica e i suoi disvalori, chiedendone una regolamentazione che tutelasse gli squali dal rischio estinzione.
Gli squali, nonostante il loro aspetto minaccioso sono in realtà animali estremamente vulnerabili, e ciò a causa del loro meccanismo di riproduzione: essi infatti impiegano diversi anni per raggiungere la maturità sessuale, hanno periodi di gestazione lunghi (fino a due anni), e infine producono un numero di piccoli basso, da uno ad alcune decine di individui per volta, anziché migliaia o milioni come avviene invece per altre specie ittiche. Una pesca indiscriminata e sempre più su vasta scala di questo animale potrebbe dunque portare alla sua estinzione, o comunque all’estinzione di alcune specie di squalo.
Gli ambientalisti non hanno mai messo in discussione che lo sfruttamento di questa risorsa alimentare è, per molti paesi, fondamentale, ciò che hanno evidenziato è invece la necessità di fissare regole certe che garantiscano un corretto sfruttamento della risorsa.
Grazie al loro operato nel corso degli anni il finning è stato vietato negli Stati Uniti, in Canada, in Brasile e in Australia. Anche il Parlamento europeo lo scorso 24 novembre lo ha espressamente vietato. Fra le associazioni che si sono battute per la tutela degli squali si segnala in particolare l’organizzazione statunitense creata da Peter Knights nel 2002 e ancora attiva a distanza di oltre un decennio: questa organizzazione è Wild Aid ed ha dato vita allo Shark Conservation Program.
In Europa è invece attiva la Shark Alliance, una coalizione di organizzazioni non governative che si è impegnata nell’obiettivo di favorire la conservazione di questa specie animale. L’operato di Shark Alliance presso la Comunità europea ha certamente avuto un suo peso della decisione UE del 24 novembre scorso di vietare il finning nelle acque territoriale dei paesi membri.