Le campagne ambientaliste hanno il merito diinnalzare il livello d'attenzione sociale verso i problemi connessialla tutela della natura, ma alle volte riescono a vincere dellebattaglie di civiltà a vantaggio nostro e delle generazioni future.
E' questo il caso delle recenti campagne promosse daGreenpeace nei confronti delle grandi case di produzioned'abbigliamento. I risultati che ne sono emersi sono stati a dirpoco sconcertanti, ed i grandi marchi si vedono, ora, chiamati acorrere ai ripari, per il bene dei consumatori.
Tutto ha avuto avvio nel 2011, quandoGreenpeace ha lanciato la campagna di sensibilizzazione "Detox",per informare l'opinione pubblica in merito alla questione dellegrosse immissioni di scarichi pericolosi nei fiumi della Cinaad opera delle grandi industrie tessili, che hanno scelto la nazioneasiatica quale fabbrica preferenziale.
La pericolosità dellesostanze inquinanti rinvenute mina non solo l'equilibrio ambientale,ma anche la salute dell'uomo, poiché alcuni composti chimicialterano l'equilibrio ormonale, nonché il sistema riproduttivoumano.
Infatti, dalle analisi condotte dai volontari sui campioni diacque di scarico dei fiumi Yangzte (o Azzurro) e delle Perle, sonostati rilevati livelli di alchilfenoli (incluso ilnonilfenolo) e composti perfluorurati. Gli alchilfenolie i composti perfluorurati sono sostanze pericolose perché alteranoil sistema ormonale dell'uomo e agiscono anche aconcentrazioni molto basse; fanno parte di un gruppo di compostisintetizzati dall'uomo che sono persistenti nell'ambiente e siaccumulano lungo la catena alimentare.
A seguito degli esiti della campagna Detox, ottograndi marche di abbigliamento si sono impegnate ad eliminare lecomponenti inquinati dalla propria produzione. Ultima fra queste èstata il brand Zara, che ha sottoscritto unimpegno volto ad eliminare le sostanze chimiche pericolose dai propriprodotti, lungo tutta la catena produttiva.
Da questo successo ha preso avvio una nuovainiziativa di Greenpeace, tesa al controllo capillare della presenzadi elementi inquinanti nei prodotti dei principali brand mondiali.Nell'aprile dello scorso anno sono stati, infatti, analizzati i capid'abbigliamento di 20 case di moda; i risultati sono statisconfortanti, atteso che molti di questi presentavano nonilfenolietossilati, che a contatto con l'ambiente si trasformano incomposti tossici che alterano il sistema ormonale dell'uomo.
E' partita, quindi, la nuova campagna disensibilizzazione, "the fashion duel", mediante laquale Greenpeace si rivolge direttamente alle grandi case di modachiedendo loro di adeguare le produzioni alle esigenze della salute edell'ambiente. In particolare, si è preteso dalle società unimpegno concreto ad abbandonare politiche industriali colpevoli deifenomeni della deforestazione e dell'inquinamento dellefalde idriche. Le richieste di Greenpeace investono tredifferenti problematiche:
- la scelta delle pelli da utilizzare nellafiliera produttiva, che non devono provenire dagli allevamentiintensivi di bestiame, per la cui realizzazione vengono abbattuti,ogni anno, milioni di ettari di foresta amazzonica;
- l'eliminazione delle sostanze tossiche dallacatena di produzione dei tessuti, per ridurre l'impattoinquinante sulle falde acquifere;
- l'utilizzo esclusivo di carta riciclata ocertificata FSC per i servizi di packaging.
C'è da sperare che anche questa nuova battaglia sirisolva in una vittoria per la natura ed i consumatori.