I Kookaburra sono splendidi uccelli australiani appartenenti alla famiglia Alcedinidae. La specie più nota, Dacelo novaeguineae, è conosciuta nella sua terra madre come “laughing kookaburra”, letteralmente “il kookaburra sghignazzante”, a causa del particolarissimo verso che emette come richiamo, del tutto simile ad una risata umana.

Nativo delle foreste dell’ australia orientale, il kookaburra è un uccello monogamo e territoriale. Vive in gruppi costituiti da 2 a 8 individui e nidifica nelle cavità degli alberi presenti nel suo territorio.

La particolarità dei Kookaburra

Le femmine possono deporre da una a cinque uova ma non sono le sole a prendersene cura! Oltre al papà e alla mamma, nei pressi del nido è possibile trovare anche degli speciali aiutanti che danno il loro contributo affinché la schiusa vada a buon fine e il maggior numero possibile di nidiacei riesca a sopravvivere: questi speciali helpers, come riportato dal Journal of Animal Ecology, sono i figli delle nidiate precedenti, soprattutto i maschi, che rimangono con i loro genitori per prendersi cura dei loro fratelli e contribuire alla difesa del territorio.

Certamente i genitori sono avantaggiati dall’avere un aiuto da parte di qualcuno durante la stagione riproduttiva: un maggior numero di piccoli si involano, il territorio viene difeso con maggior successo e il reperimento di cibo viene facilitato. È pertinente, però, chiedersi se gli helpers ottengano dei benefici di qualche tipo da questa cooperazione, altrimenti perché aiutare se non per avere qualcosa in cambio?

Helping: puro altruismo?

I kookaburra non sono certamente gli unici uccelli in cui si osserva il fenomeno dell’helping al nido. I più noti esempi sono forse quelli della Ghiandaia della Florida (Aphelocoma coerulaescens) e del Gruccione Frontebianca (Merops bullockoides).

Ma perché alcuni figli dovrebbero rimanere al nido ad aiutare i genitori? Cosa ci guadagnano aiutando nell’allevamento di figli non propri?

È un puro gesto altruistico per aiutare i propri fratelli?In realtà non è così. Partiamo dal presupposto che il principale obiettivo di animali giunti alla maturità sessuale è quello di riprodursi, generando nuova prole. Perché rimanere al nido d’infanzia e non cercare un nuovo compagno o una compagna per accoppiarsi? Le ipotesi proposte dai ricercatori per rispondere a questa domanda sono molteplici e alcune, probabilmente, potrebbero spiegare questo comportamento tanto affascinante quanto anomalo.

La fase di “helping” potrebbe essere vista come un periodo di addestramento dei giovani che in questo modo possono imparare direttamente dai propri genitori come allevare i piccoli e gestire un territorio. L’helping favorirebbe l’aprovvigionamento del cibo e la difesa collettiva da parte dei predatori, rimanendo in territori familiari. Per gli helpers potrebbe essere inoltre più semplice, in futuro, trovare un proprio territorio, ereditando per esempio quello dei genitori o aiutandoli ad aumentarne le dimensioni in modo da ereditarne una parte.

Infine, l’aiuto potrebbe essere una conseguenza dell’insufficienza di aree idonee alla riproduzione o dell’assenza di potenziali partner per formare coppie stabili. In questi ultimi casi conviene maggiormente rimanere al nido genitoriale e aiutare i propri fratelli a sopravvivere (con i quali si è comunque imparentati e si ricava quindi un vantaggio in termini di fitness indiretta) piuttosto che spendere tempo ed energie inutilmente alla ricerca di qualcosa che non si può ottenere.

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