L’immagine del parlamentare italiano strapagato e ultra privilegiato è ormai un luogo comune, diffuso dalle pagine di tutti i giornali e alimentato dai commenti di milioni di cittadini indignati. Ma non è così, ed è necessario dirlo anche contro la voce comune. Per non cadere nel trito populismo è necessario fare dei distinguo e dar voce anche ad alcuni aspetti della “questione stipendi” che troppo spesso vengono dimenticati. 1. Non è vero che i politici del Bel Paese percepiscono stipendi troppo elevati: se vogliamo avere la classe dirigente impegnata in politica e non nelle aziende private, dobbiamo essere disposti a pagarla quanto vale; 2.
Se vogliamo che in Parlamento siedano persone capaci e non “i soliti cafoni della Politica”, è necessario essere pronti a pagarle “a valori di mercato”. Chi cambierebbe lavoro (anche se solo temporaneamente) per essere pagato meno della professione che lascia? 3. Il problema non sono gli stipendi, ma i privilegi di cui godono gli onorevoli: questi sì rappresentano un’anomalia tutta italiana.
- Le polemiche sugli stipendi dei parlamentari sono state rilanciate dalla pubblicazione del dossier sui compensi dei politici realizzato dalla Commissione per il livellamento retributivo, presieduta dal presidente Istat Enrico Giovannini e incaricata di confrontare la retribuzione dei parlamentari italiani con quella di altri sei Paesi europei (Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Austria e Belgio). Il dato che più ha fatto scalpore è l’indennità lorda mensile di deputati (11.283 euro) e senatori (11.550 euro) italiani, che è la più alta d’Europa. Non bisogna però farsi ingannare dalle apparenze: al netto delle decurtazioni, si tratta di poco più di 5 mila euro netti al mese, uno stipendio che non sembra poi così straordinario per chi è chiamato a rappresentare i cittadini in Parlamento. Inoltre, l’indennità mensile è soltanto una delle voci di costo dei parlamentari considerate nel dossier Giovannini: le altre sono diaria, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato. Ognuno dei Paesi considerati adotta politiche differenti per quanta riguarda le retribuzioni, ecco perché, come si legge nelle conclusioni della relazione “nonostante l'impegno profuso la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo delle medie”. In altre parole, non è possibile stabilire chi guadagna di più. Se non altro, questo sancisce che in Italia non c’è una situazione di evidente squilibrio.
- Se vogliamo che in Parlamento siedano persone capaci e competenti, è necessario essere pronti a pagarle “a valori di mercato”. Questo implica però che il parlamentare si dedichi completamente alla politica, abbandonando qualunque altra attività per tutta la durata della legislatura: obblighiamo i politici a fare i politici, e non permettiamo loro di mantenere redditi dalla precedente professione individuale. Un meccanismo concreto per raggiungere questo obiettivo potrebbe essere il seguente: se il parlamentare vuole continuare, per esempio, a fare l’avvocato, allora i suoi redditi saranno tassati non più al 40%, ma all’80%. Altrimenti deve dedicarsi seriamente a quello per cui le persone l’hanno votato. In maniera analoga, i compensi dei parlamentari andrebbero non ridotti proporzionalmente alle presenze effettive in aula, ma azzerati dopo un numero limite di assenze mensili: avete mai sentito di un lavoratore che può non presentarsi a lavoro? Senza contare che regali e favori, più o meno leciti, circolano in grande quantità nel mondo della politica: un fenomeno che va combattuto con leggi appropriate, perseguito con tutta la forza da parte della Magistratura, ma anche disincentivato con ogni mezzo possibile. Garantire una retribuzione adeguata ai parlamentari serve anche a contrastare la corruzione e a far sì che i politici pensino in primo luogo al bene del Paese anziché ai propri mezzi di sostentamento.
- E’ necessario distinguere tra stipendi e privilegi. Se i primi devono essere adeguati al ruolo istituzionale del parlamentare, i secondi vanno senz’altro eliminati. Cominciamo dalla diaria, o “indennità di residenza”, ovvero il contributo assegnato ai parlamentari per sostenere le spese di mantenimento fuori sede. In Italia questa voce di spesa è pari a 3.503 euro, meno di quanto percepito dai parlamentari tedeschi (3.984 euro). Fin qui nulla di strano: l’anomalia consiste piuttosto nell’assegnare questo contributo anche a chi vive e risiede abitualmente nella capitale e non devo dunque sostenere spese da “fuori sede”. Da qualche mese la diaria viene ridotta in proporzione alle assenze nelle sedute d’aula e di commissione: un primo passo verso l’eliminazione dei privilegi. La commissione Giovannini individua poi le “spese di segreteria e di rappresentanza", finalizzate al mantenimento di collaboratori e di segreterie a sostegno dei Parlamentari. In questo caso, il budget degli onorevoli italiani (3.690 euro per i deputati e 4.180 euro per i senatori) è inferiore a quello previsto in altri Paesi, come Francia e Germania. Tuttavia si assiste qui ad un’anomalia che è propria soltanto del Bel Paese: questa cifra viene infatti assegnata in modo forfettario, senza che il parlamentare debba giustificare le spese effettivamente sostenute per collaboratori e segreterie. Questo significa che, se questi soldi non vengono impiegati per pagare “spese di segreteria e rappresentanza”, finiscono direttamente nelle tasche del politico di turno. Un tasto dolente è rappresentato, in Italia, dai “benefit non correlati”: possibilità di viaggiare gratuitamente su treni, aerei, navi e autostrade grazie al tesserino in dotazione di ogni deputato e senatore. In questo caso si tratta di veri e propri privilegi, che non hanno eguali negli altri Paesi europei e che vanno necessariamente eliminati o ridotti allo stretto indispensabile, come già avviene nel resto d’Europa.Qualcosa inizia a muoversi anche per quanto riguarda il capitolo vitalizi: a partire dal primo gennaio 2012 la pensione dei parlamentari viene calcolata con metodo contributivo e viene assegnata soltanto al compimento dei 65 anni (60 con almeno due legislature) e non più, come avveniva in precedenza, raggiunti i 50 anni.
Tirando le somme sui dati emersi dalla Commissione Giovannini, non è possibile affermare che i politici italiani sono i più pagati in Europa, né tantomeno che ricevono stipendi spropositati (poco più di 5 mila euro netti al mese).
Al contrario, è giusto che gli stipendi siano adeguati al ruolo istituzionale che i parlamentari sono chiamati a compiere. Ciò che deve essere eliminato sono i comportamenti da furbo (“Sono Parlamentare ma faccio anche altro”) ed i privilegi e benefit che non trovano alcuna giustificazione nell’operato di deputati e senatori e contribuiscono soltanto ad allontanare la classe politica dai cittadini.