L’AD di Fiat Sergio Marchionne ha annunciato che Fabbrica Italia, il piano industriale del gruppo torinese che prevedeva investimenti per 20 miliardi di euro ed una produzione di  1.200.000 veicoli, sarà abbandonato. L’ annuncio ha scatenato il panico tra politici e sindacalisti italiani, i quali temono un disimpegno  definitivo di Fiat dall’Italia. Questo stato di cose crea  spunti per diverse riflessioni, che hanno tutte come minimo comune denominatore il generale impoverimento di noi italiani.

Innanzitutto la cosa che balza agli occhi è la progressiva de-industrializzazione dell’Italia.

 Il “caso Fiat” si accompagna alle crisi della Carbonsulcis e di Alcoa. Crisi che riguardano settori chiave per il sistema industriale di un paese  come il minerario ed il siderurgico. Inoltre attualmente presso il Ministero dello Sviluppo sono aperti  ben 150 tavoli con il coinvolgimento di  180.000 lavoratori. Si tratta di aziende  operanti tutte in settori strategici: la Lucchini nel siderurgico, la Omsa nel  tessile, Indesit e la Merloni  nel settore degli elettrodomestici  (Il Sole 24 ore, 1 settembre 2012). Se aggiungiamo le cessioni di aziende italiane a gruppi stranieri nel settore alimentare (Buitoni, Motta , Perugina) e dell’alta moda (Gucci, Valentino e Bulgari)  il quadro è completo.

Con la cessione dell’industria automobilistica, la de-industrializzazione italiana sarebbe pressoché compiuta. Con cadute negative inevitabili sui livelli occupazionali. Un altro spunto riflessivo riguarda la fine progressiva di un sistema produttivo, il fordismo. Le grandi imprese non sono ormai più in grado di adeguarsi ai mercati. I cali di domanda provocano delle enormi eccedenze di capacità produttiva. Interi reparti o addirittura interi stabilimenti  e gran parte della forza lavoro rimangono a lungo inutilizzati.

Siamo ormai in pieno post-fordismo (D. Harvey, La crisi della modernità, Il Saggiatore, 2010). Il modello della grande azienda sta per essere soppiantato dall’azienda familiare, dalle aziende che lavorano con gli appalti, dal cosiddetto modello “orizzontale”.

Questi sono i modelli  vincenti dei paesi emergenti, asiatici orientali  in particolare.

Gli stati moderni riescono a lenire le crisi di sovrapproduzione con ammortizzatori sociali di vario tipo. Inoltre ormai  tutti i paesi occidentali hanno introdotto degli elementi di flessibilità. Le aziende possono infatti assumere con contratti diversi da quelli tradizionali per meglio gestire i livelli occupazionali di fronte alle fluttuazioni della domanda.