Dalla recente riunione tra Fiat e Governo è emerso l’impegno del gruppo torinese di mantenere la produzione in Italia in cambio di più export. Ovvero incentivi fiscali alle esportazioni. Ma in attesa del miglioramento delle condizioni di mercato saranno necessari anche nuovi ammortizzatori sociali. Quindi servirà ancora una volta il soccorso dello Stato, sempre generoso con l’azienda torinese.
Dal 1977 ad oggi, tra investimenti diretti negli impianti (tramite i contratti di programma) e incentivi vari, lo Stato ha investito ben 7 mld e 600 mln di euro.
Dal 1990 ne ha investiti quasi 2 a fronte dei poco più di 6 mld di euro investiti dalla Fiat stessa (La Repubblica,22/09/2012). A queste cifre vanno aggiunte quelle, anch’esse enormi, degli ammortizzatori sociali.
La Fiat è stata, tra le aziende italiane, la principale beneficiaria di fondi pubblici da quando è in vita, ma non è stata la sola. E questo ruolo imprenditoriale dello Stato non è un’esclusiva italiana. Lo stesso Marchionne ha dichiarato nei giorni scorsi che lo Stato brasiliano è molto generoso con la sua azienda; il Giappone ha un ruolo molto attivo nel sostenere gli investimenti delle aziende del suo paese, soprattutto in innovazione tecnologica e ricerca, mentre in USA sono innumerevoli i casi di intervento statale in soccorso di aziende sull’orlo del fallimento, soprattutto il settore finanziario ed in particolar modo in occasione della crisi finanziaria del 2008.
Inoltre in tutti i paesi i settori strategici (energia, trasporti, comunicazione) sono a capitale parzialmente o totalmente pubblico. E il Welfare State ha un ruolo predominante in tutte le economie mature, soprattutto in Europa.
Gli economisti classici, fautori del libero mercato, non sarebbero certo entusiasti di questo quadro. Il concetto di “mano invisibile” (La Ricchezza delle nazioni, Adam Smith, 1776) e la “Legge degli sbocchi” (J. B. Say, Traité d'économie politique , 1803) appaiono oggi abbondantemente superati. La fede, quasi mistica, nella forza auto -regolatrice del mercato, esplosa in prossimità della rivoluzione industriale e ben salda fino al secolo scorso, va sgretolandosi.
Smith e Say sono stati soppiantati da Keynes. E se è vero che quest’ultimo deve gran parte del suo successo alla depressione del 1929 è pur vero che i suoi argomenti si sono affermati con una grande forza persuasiva.
John Maynard Keynes con la sua principale opera, “The general theory” (1937), sosteneva che le forze auto- regolatrici del mercato avrebbero trovato un nuovo equilibrio di sotto-occupazione. Esistevano infatti diverse forze produttive inutilizzate sia umane che capitali. La legge di Say non era dunque fondata, e solo l’intervento dello Stato poteva garantire la piena occupazione.
Keynes ed i suoi seguaci ebbero quindi un ruolo decisivo per la nascita dello Stato interventista e i successi delle loro ricette nella lotta contro la depressione furono decisivi per la loro affermazione.
Keynes era infatti riuscito a liberare il capitalismo dall’incubo della crisi di sovrapproduzione paventato da Marx. E’ da quel momento che nasce lo Stato imprenditore, che deve perseguire l’obiettivo della piena occupazione.
Il risultato è l’odierna economia di mercato sociale, un capitalismo pieno di elementi di socialismo. Non è troppo temerario, dunque, affermare che Keynes ha inciso più di Marx nell’introdurre elementi di socialismo negli Stati moderni, primo fra tutti il ruolo interventista dello Stato.