Negli ultimi vent'anni il nostro Paese ha visto l'arrivo di milioni di immigrati in cerca di lavoro. Molti di loro sono riusciti a superare il difficile processo di integrazione e hanno messo su famiglia in Italia. Altri lottano ogni giorno contro una condizione difficile e spesso - ahimé - una sorta di rigiuto e allontanamento da parte dei nativi. Una cosa è certa: quando comunichiamo con qualcuno che non parla bene la nostra lingua, automaticamente cambia anche il nostro modo di esprimerci. Non sempre ci facciamo caso, altre volte invece ci sentiamo buffi e goffi. Ma come avviene in realtà lo scambio verbale tra nativi e non nativi in Italia? In che modo la comunicazione diventa possibile e quindi in seguito efficace?

L'interazione tra nativi e non nativi viene definita dagli studiosi del fenomeno come prototipicamente asimmetrica. Questi definiscono la comunicazione come un processo caratterizzato inequivocabilmente dalla posizione dominante del nativo nei confronti del non nativo; il fattore principale che determina il ruolo subordinato di quest'ultimo è la distanza, intesa non solo dal punto di vista linguistico, ma sotto il profilo culturale e sociale, rispetto agli altri partecipanti all'interazione. Shumann (1978, 1986) pone in rilievo sette fattori che costituiscono la distanza sociale, che sono rispettivamente:

la dominanza sociale, che considera i rapporti di potere tra i gruppi.

il tipo di integrazione, ovvero la capacità di assimilarsi al gruppo che parla la LO.

la chiusura, la permeabilità del gruppo verso i parlanti la LO.

la coesione e dimensione del gruppo di appartenenza.

la congruenza culturale, la somiglianza delle culture dei diversi gruppi.

l'atteggiamento, verso il gruppo parlante la LO.

il progetto migratorio, ovvero la stabilità degli intenti di residenza.

Franca Orletti nel suo saggio The Conversational Construction of Social Identity in Native/Non-native Interaction individua diverse potenziali cause di ineguaglianza sociale tra lavoratori nativi e immigrati: si tratta della posizione lavorativa, in quanto gli immigrati solitamente svolgono mansioni di basso livello, o comunque occupano posizioni definite "inferiori" all'interno di un ambiente lavorativo; la mancanza di padronanza della lingua utilizzata nelle interazioni con superiori o altri lavoratori; il contesto istituzionale nel quale le interazioni hanno luogo, in particolare la posizione del nativo che solitamente rappresenta "il potere" (ad esempio nel caso in questo sia proprietario della fabbrica, esperto medico, etc.); la tipologia di interazione, che spesso tende ad assumere la forma di una sorta di intervista condotta dal nativo. La posizione di svantaggio sociale e conoscitivo è quindi spesso accentuata dai ruoli che i soggetti nativi e non nativi occupano nelle situazioni in cui solitamente hanno occasione di incontrarsi e interagire: luoghi di lavoro, uffici amministrativi, centri di assistenza sanitaria e di solidarietà; il nativo svolge quasi sempre un ruolo dominante nell'interazione, optando per particolari scelte linguistiche, comunicative e stilistiche che Dittmar e Stutterheim (1984), elaborando la nozione dello psicologo sociale Giles (1979, 1982), definiscono con il termine adattamento. Questo viene presentato come un processo messo in atto durante qualsiasi tipo di interazione, strettamente connesso alla particolare situazione sociale e a motivazioni di tipo psicologico. Gli studiosi distinguono due principali direzioni dell'adattamento: una di convergenza, che si manifesta nel parlato attraverso la modifica di aspetti linguistici e paralinguistici degli enunciati, mostrando una prossimità emotiva positiva; l'altra di divergenza, che, al contrario, tende ad accentuare la distanza e le differenze linguistiche e comunicative fra gli interagenti. Risulta evidente che, nell'interpretazione di Dittmar e Stutterheim, le due nozioni di convergenza e divergenza presuppongono un atteggiamento tendente all'integrazione o alla segregazione, e sono intese come manifestazioni di tali atteggiamenti sul piano della comunicazione.

Le nozioni di convergenza e divergenza presuppongono un atteggiamento del nativo, nel piano della comunicazione, tendente all'integrazione o alla segregazione. In realtà, come suggerisce Franca Orletti:
«[…] esistono delle forme di adattamento linguistico da parte dei nativi, generalmente descritte come
foreigner talk, che si pongono in termini del tutto neutri rispetto alla questione dell'integrazione culturale e
che pure rappresentano delle modifiche sostanziali nel modo di parlare motivate dall'esigenza di tener conto
dell'altro».

Il foreigner talk rappresenta una varietà semplificata della L2 che i nativi utilizzano per parlare con i non nativi, ed è caratterizzato da modifiche pressoché universali per tutte le lingue: riduzione della morfologia flessiva, eliminazione di elementi funzionali come preposizioni e articoli, ritmo di elocuzione rallentato e parole scandite in modo netto, frequenti ripetizioni e correzioni. Alla base del foreigner talk vi è l'idea che la competenza linguistica di chi ascolta sia inadeguata o comunque inferiore rispetto ad un parlante nativo che possiede piena consapevolezza di una lingua. Per questo assomiglia spesso al modo con il quale gli adulti si rivolgono ai bambini, e non necessariamente assume un valore dispregiativo nei confronti della persona verso cui è diretta. L'intento che spinge il nativo ad utilizzare un linguaggio semplificato è quello di facilitare la comprensione del non nativo, e non quello di assumere una posizione di superiorità. Molti studiosi condividono l'idea dell'impossibilità di attribuire a priori un valore di convergenza o discriminazione nei confronti del non nativo all'uso del foreigner talk, indicando la necessità di entrare nei dettagli dell'interazione analizzandone lo sviluppo sequenziale. In questo modo, volta per volta, è possibile definire le motivazioni e gli intenti del nativo nell'utilizzo di una forma semplificata di linguaggio.

La prossimità emotiva positiva, la mancanza di un atteggiamento volto ad accentuare le differenze linguistiche e comunicative tra gli interagenti e la disponibilità all'ascolto partecipativo dei nativi facilitano i progressi nell'apprendimento da parte del non nativo, che, trovandosi a suo agio in un contesto privo di pregiudizi e stereotipi culturali, è libero di inserirsi, di esprimersi, di commettere errori e correggersi, di partecipare in modo attivo all'interazione, nonostante le difficoltà imposte dalla sua conoscenza limitata della lingua. La mancanza di un atteggiamento di superiorità da parte dei nativi, specialmente quando ci si trova di fronte a questioni che riguardano la distanza culturale, è dunque un elemento fondamentale per lo sviluppo di un'interazione che risulti utile e produttiva per l'integrazione dell'immigrato e la creazione di una società multietnica.