Silvio berlusconi e gli allenatori del Milan. Un tema caldo, intenso, senza fine e sempre attuale. Era il 1986 e il presidente del Milan interveniva sulle scelte di Nils Liedholm, accompagnato da una punta di diffidenza verso il temperamento, a suo giudizio troppo mite, del Grande Svedese. Voleva qualcosa di forte e di innovativo per il suo Milan e Silvio Berlusconi lo trovò in Arrigo Sacchi. Colpo di fulmine, nella primavera del 1987, ma fin dai primi mesi non sono solo rose e fiori.

Non sono d'accordo su Ancelotti come regista della squadra, mandò subito a dire il presidentissimo all'Arrigo. E Sacchi, lo ha raccontato spesso, ha trasformato questa opinione tecnica in un pungolo, in un motivo d'orgoglio per Carletto. Vicino all'esonero nel Gennaio/Febbraio 1989 ("E' un testone, ma lo tengo perchè è il più bravo di tutti"), Sacchi rimane e diventa uno storico allenatore di riferimento per la mitologia rossonera. Dopo Arrigo, la grande intuizione di Fabio Capello.

Quattro Scudetti e la partita del Secolo ad Atene contro il Barcellona ma, nell'estate 1995, va in scena la grande diversità di vedute: il presidente del Milan voleva una squadra più spettacolare e Don Fabio ribatte: "Il mio spettacolo è il risultato, la vittoria".

Dal Sarto al rimpianto per Brocchi

Dopo la delusione della Finale di Coppa Italia del 1998 con il Milan di Capello rimontato da 0-1 a 3-1 dalla Lazio, con Silvio Berlusconi che scuote la testa in tribuna, Fabio Capello lascia definitivamente il Milan a beneficio di Alberto Zaccheroni.

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Milan Silvio Berlusconi

Il Milan vince lo Scudetto, ma alla cena celebrativa al Castello di Tolcinasco (Pieve Emanuele, Milano), il numero uno rossonero si avvicina al tavolo dei giornalisti: "Boban dietro le due punte l'ho voluto io, è così che abbiamo vinto le ultime 7 partite". Il trequartista e le due punte: da quel momento diventa un dogma. Dopo il benservito al Sarto Zaccheroni che non riusciva a lavorare bene sulla stoffa dei vari Shevchenko e Serginho (intervista rilasciata a Paolo Franchi, per il settimanale "Rigore"), il dogma viene ricordato a Carlo Ancelotti ("Scriverò una lettera, tutti gli allenatori del Milan dovranno...") dopo il derby vinto 3-2 in rimonta nel Febbraio 2004 nella famosa abiura dell'albero di Natale, ma anche ripetuto ai vari Leonardo (il secondo "testone" della carriera presidenziale di Silvio Berlusconi), Mihajlovic (che dopo i tanti punti persi con Honda dietro le due punte nelle prime giornate di Campionato, decide di fare di testa sua) e adesso Vincenzo Montella.

Quanto il calcio moderno sia estraneo al ruolo del trequatista, lo ricordano un po' tutti i tifosi rossoneri in questi giorni nei post su facebook e twitter, tutti di sostanziale apprezzamento nei confronti del lavoro del tecnico campano del Milan. Nella saga degli allenatori berlusconiani, rientrano in ogni caso anche le frecciate ad Allegri ("No el capisse..."), a Seedorf ("Qui alla Sacra Famiglia di Cesano Boscone..."), e ad Inzaghi ("Su, dai, urliamo di più, attaccare...").

Ma proprio le gestioni tecniche degli ex tre giocatori del Milan, appunto Seedorf, Inzaghi e Brocchi, non sono riuscite a formare nello spogliatoio un vero gruppo. Cosa invece riuscita sia a Mihajlovic che appunto a Montella.

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