"Sono un combattente", ha detto Radja Nainggolan in un'intervista al Times, occhi stretti e bicipiti tatuati. È seduto su un divano del centro sportivo della Roma, dove lui e i suoi compagni di squadra stanno studiando le mosse per la sfida col Liverpool. "È difficile", dice, guardando alla sfida di mercoledì, "ma non è impossibile."

Impossibile non è una parola nel vocabolario di Nainggolan, nemmeno dopo la sconfitta 5-2 subita dalla Roma ad Anfield la scorsa settimana.

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La Roma ha sopraffatto il Barcellona in circostanze simili nel quarto di finale ribaltando il 4-1 dell'andata con quel 3-0 che ha lasciato increduli perfino i tifosi che non dimenticheranno l'incredibile partita allo Stadio Olimpico. "Abbiamo fatto l'impresa contro il Barça, contro Messi e Suarez, gli abbiamo impedito di giocare," dice, "cercheremo di farlo di nuovo con il Liverpool. Siamo rientrati delusi nello spogliatoio dopo la sconfitta di Liverpool, ma il mister ci ha detto: 'Dobbiamo essere convinti che possiamo ancora farcela.' Questo è quello che dobbiamo fare."

Un'infanzia difficile

La convinzione, combinata con uno spirito guerriero, questo è Nainggolan.

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Non è stato facile arrivare dove è ora. Non era il prototipo del ragazzo perbene, non aveva di fronte un percorso segnato per arrivare alla celebrità. La sua storia è avvincente, a partire dall'origine indonesiana di Radja, non certo comune per un calciatore. I suoi tatuaggi raccontano una parte della storia. Molti di loro rendono omaggio a sua madre Lizy, scomparsa nel 2010. Un altro è un tributo a sua sorella gemella Riana, che vive con lui e la sua famiglia alla periferia di Roma.

I due gemelli hanno tatuato addosso il nome dell'altro. Hanno anche il nome della loro madre tatuata in elfico, la lingua della saga il Signore degli anelli. "Non ho mai guardato nemmeno uno di quei film", confessa, "è stato solo perché non volevo le lettere in vista. Ho preferito farlo in un modo più stilizzato", spiega indicando il tatuaggio sul polso sinistro.

Nainggolan si domanda dove sarebbe finito se non avesse avuto la madre a cercare di tenerlo sulla retta via.

La sua educazione, in un quartiere duro di Anversa, è stata tutt'altro che idilliaca dopo che il padre, schiacciato dai debiti di gioco se ne era andato, lasciando la famiglia in povertà. "È scappato in Indonesia", dice, "solo mia madre si preoccupava di noi, era così duro per lei, faceva tre lavori per pagare le bollette e darci da mangiare. È stato veramente difficile vivere in questa situazione.

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Sono cresciuto in strada. Abitavamo in una casa, ma ero sempre in giro fino a tardi, sempre per strada. Non mi importava nulla della scuola. Ho fatto molti sbagli. Sono stato costretto a rubare, piccoli furti, solo per fame. Non avevo soldi. Non è stato il periodo migliore della mia vita."

Il calcio gli ha offerto un'alternativa ad una vita da sbandato. Il suo talento lo portò all'attenzione del Germinal Beerschot, dove trovò compagni come Jan Vertonghen, Toby Alderweireld e Dembélé.

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Quando questo trio di talenti decise trasferirsi in Olanda, Vertonghen e Alderweireld all'Ajax, Dembélé al Willem II, Nainggolan scelse un'altra strada, allettato, a 17 anni, dall'offerta del Piacenza con un contratto di €1.400 al mese. Spiccioli per un calciatore d'élite, anche nel 2005, ma una chance di una vita migliore per la famiglia Nainggolan.

"Dopo appena sei mesi volevo mollare tutto e tornare a casa, era così dura", racconta, "una nuova lingua, una nuova cultura, stare lontano dalla mia famiglia. Il primo pensiero è stato:' Me ne vado.' Ma quando si desidera qualcosa nella vita si deve essere pronti a combattere. Ho scelto di rimanere e lottare e sono felice di averlo fatto."

Proprio mentre Nainggolan stava costruendosi una carriera in Italia, un cancro si è portato via la madre. "È stata dura, ma penso che sia stato ancora più terribile per Riana. Io vivevo già in Italia, ero lontano da casa e stavo diventando un uomo, mentre mia sorella viveva in casa con mia madre e studiava ancora. Quando mia madre è morta, non aveva niente. Mia madre aveva sempre provveduto a tutto. Riana doveva continuare a studiare e pensare da sola a tutto il resto ed è stato molto difficile per lei."

Riana ora è a Roma e anche lei come il fratello gioca a calcio. Ha giocato per la squadra femminile della Roma la scorsa stagione. Alla domanda se anche lei è una 'furia' quando gioca, Radja ride e risponde "No, lei è più un giocatore 'di fino'. È brava tecnicamente, ma non ha la mia potenza. Lei e il suo compagno vivono vicino a noi. Riana è sempre con noi. Non è solo perché siamo gemelli. È perché quando hai vissuto una vita difficile, cerchi sempre di aiutarti. Sta costruendo il suo futuro e io cerco solo di aiutarla e darle la vita migliore che posso."

Sul tentativo di ricostruire il suo rapporto con il padre, risponde: "L'ultima volta che l'ho visto è stato nel 2013 in Indonesia, ma voleva soldi e così ho tagliato i ponti." Alla domanda se è stato doloroso, risponde di no, e aggiunge: "Onestamente, non ho nemmeno provato la sensazione che mi mancasse. Volevo dargli una seconda possibilità, ma lui non l'ha colta e per me è finita".

Il futuro del ninja

Parlando della sconfitta della Roma a Liverpool, su Mohamed Salah, Nainngolan non ha dubbi: "Un vero professionista," dice. "Ha fatto ciò che doveva, far vincere il Liverpool. Certo, vorrei averlo nella mia squadra invece che come avversario, ma posso spero solo il meglio per lui. Abbiamo un ottimo rapporto. Era molto timido quando è arrivato a Roma, è davvero un bravo ragazzo. Abbiamo scherzato prima della partita. È stato un colpo subire proprio da lui due gol meravigliosi, ma è un giocatore straordinario. Era già bravo alla Roma, ora è diventato ancora più forte."

Alla domanda se è mai stato tentato di trasferirsi in Premier League, risponde secco: "Il mio posto è qui, a Roma", dice. "Negli ultimi dieci anni hanno scritto molto su di me e su un mio possibile trasferimento, ma sono ancora qui. Lasciamoli parlare. Qui ho tutto quello che mi serve. La mia famiglia sta bene qui a Roma e questo è importante per me. Ammiro il calcio inglese, ma io tra pochi giorni compio 30 anni. Non potrei mai cominciare tutto da capo. È difficile solo pensarci. E poi detesto la pioggia. Due giorni a Liverpool e mai un raggio di sole. Troppo freddo. Qui il clima è un'altra cosa". E a giudicare dal calore dei tifosi romanisti non si riferiva solo al meteo.

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