Oltre 300 presenze nel Milan, condite da 175 gol in tutte le competizioni. Ha vinto tutto quello che c'era da vincere con la maglia rossonera: un campionato italiano, una Supercoppa italiana, una Coppa Italia, una Champions League e una Supercoppa Europea: Andriy Shevchenko è stato in grado di realizzare i sogni dei tifosi rossoneri con le sue reti, scrivendo pagine memorabili della storia milanista e conquistando anche il Pallone d'Oro nel 2004.

In occasione dei 120 anni del club milanese, l'attuale commissario tecnico dell'Ucraina si è concesso in una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport.

Il suo arrivo maestro Lobanovski e il paragone con Sacchi

"Conoscevo il Milan di Sacchi e di Capello. Sapevo che era stata una grande squadra anche in anni lontani, con Nereo Rocco. Da bambino ero un tifoso, era il club che seguivo di più dopo la Dinamo Kiev", racconta Shevchenko. "Vedevo le partite in tv, ricordo le finali di coppa dei Campioni: quella vinta a Barcellona contro la Steaua, l'altra persa con l'Olympique Marsiglia, quella dominata contro il Barcellona di Cruijff. Adoravo il Milan, per quello volevo venire a giocare in rossonero".

Nel 1999 scelse di lasciare la Dinamo Kiev per tentare il grande salto in Italia. Ed è proprio a Lobanovski, suo primo maestro, che Shevchenko paragona Sacchi. Pur non essendo mai stato allenato da Arrigo, l'ex attaccante del Milan spiega che "lavorare con Sacchi sarebbe stato molto interessante. Come mentalità era simile a Lobanovski per intensità, impegno, lavoro, pensiero collettivo, dedizione.

Sacchi ha rivoluzionato il calcio, un po' come aveva fatto Lobanovski nella ex Unione Sovietica".

La Champions nel 2003 e il Pallone d'Oro

Shevchenko si integrò nel gruppo fin da subito, come racconta lui stesso: "L'accoglienza dei ragazzi fu caldissima. Billy Costacurta, Ambrosini, Demetrio Albertini e naturalmente Paolo Maldini: i senatori mi fecero subito sentire a mio agio. Anche con Zvone Boban e Leonardo parlavo tantissimo.

Sentirsi a casa in fretta facilitò il mio inserimento".

Se si chiedesse a ogni tifoso milanista di indicare il momento clou dell'esperienza rossonera di Sheva, probabilmente la risposta sarebbe una e una soltanto: la finale di Champions League a Old Trafford nel 2003, contro la Juventus, decisa all'ultimo tiro dal dischetto. Calciato e segnato dall'attaccante ucraino, ovviamente.

"Vincere la Champions League nel 2003 è stato bellissimo, lì è partito un grande ciclo ed è cominciato il mio periodo magico, quello che appunto mi ha portato al Pallone d'Oro".

Il giocatore simbolo dei 120 anni del Milan

Quando gli viene chiesto di indicare il giocatore simbolo dei 120 anni del Milan, Shevchenko non esita a rispondere: "Dico Paolo Maldini perché rappresenta il mio Milan. Lui ha attraversato gli anni, è il simbolo del mio tempo, ma è anche un giocatore particolare: padre capitano, come lui, e poi allenatore, mentre lui ora è dirigente, con un figlio che gioca nel Milan. La sua storia ha attraversato le epoche, credo che sia più unica che rara nel calcio. Per questo penso che, alla fine, se proprio si dovesse scegliere un unico nome sarebbe giusto scegliere Paolo".

Infine, un pensiero rivolto ai tifosi rossoneri: "La storia non si dimentica. Lo dimostrano i tifosi, pensi quanti ce ne sono stati e quanti ce ne sono allo stadio, anche nei periodi di difficoltà. Faccio gli auguri a tutti quelli che hanno contribuito a creare questa lunga emozione, in un modo o nell'altro. Si tratta di una festa per tutti noi, non soltanto per quelli che hanno avuto la fortuna di stare sul palcoscenico. Il Milan è unico, è un grande film che non finisce. Chi ama il calcio lo sa".

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