Non sarà l'ennesimo passo verso il "1984" di Orwell, ma certamente sul web, l'istituzione della Banca Dati del DNA anche in Italia, fa discutere. In realtà, il trattato europeo esiste da dieci anni, ma soltanto ora l'Italia si è messa al passo con le altre nazioni UE, almeno così sembra sulla carta; infatti, pur essendo stati spesi sino ad ora 16 milioni di euro per macchinari e sede ufficiale, l'Istituto per il prelievo del DNA sarà operativo solo a partire dal 2015. In compenso a gennaio e febbraio sono andati in onda sulla Rai una serie di spot pubblicitari proprio su questo controverso argomento.


Le versioni su chi, però, dovrà rilasciare il proprio DNA alla Banca Dati differiscono, generando non poca confusione.


Nell'ipotesi, che per comodità, chiameremo "limitata" (quella per ora fornita ufficialmente dagli spot tv), la Banca Dati, analogamente a quelle già operative in altri Paesi dell'Unione Europea, dovrà "fornire materiali da utilizzare per l'identificazione di autori di reati o di vittime di sinistri". Sarà il Dap, Dipartimento per l'Amministrazione Penitenziaria, a bandire il concorso per l'assunzione del personale (37 addetti), per accreditare il laboratorio e quindi passare alla fase di raccolta e conservazione dei profili.

Sempre secondo questa ipotesi "limitata" saranno raccolti i profili del Dna di condannati, imputati e indagati come previsto dalla Legge n. 85 del 2009.

La seconda ipotesi che chiameremo "estesa" (che si trova citata in alcuni siti e molto più alla "Grande Fratello") potrebbe prevedere "la raccolta dei profili del Dna di tutti i cittadini italiani che avranno compiuto il 18° anno di età. Dal primo gennaio 2015 ogni persona in possesso della cittadinanza italiana o residente da più di dieci anni nel territorio italiano, sarà obbligata a fornire il proprio DNA al laboratorio ASL della Provincia di appartenenza, pena esclusione dalle liste elettorali, multa dai 1.000 ai 5.000 euro e perdita della cittadinanza" (su questi dati non siamo però riusciti a trovare fonti attendibili).


Naturalmente sul web i commenti si sprecano. C'è chi sostiene "che non si avrà la sicurezza di chi sarà ad avere accesso ai dati dna e ai relativi campioni; c'è il rischio che qualcuno possa farne un uso deviato", chi non riesce a trovare il dato ufficiale che smentirebbe la possibilità dell'obbligatorietà del prelievo a tutti, anche ai cittadini incensurati, chi ricorda che "nel 1927 Antonio Gramsci fu accusato di attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all'odio di classe. Venne condannato a venti anni di reclusione. Cento anni dopo il suo DNA sarebbe stato messo in quella banca".


Il dibattito quindi è aperto sulle questioni concernenti la libertà e la privacy dei cittadini. Se, tuttavia, ci si attiene soltanto a quanto scritto nell'articolo 7 della Legge n. 85 del 2009, le indicazioni sono piuttosto precise: il DNA potrà essere prelevato esclusivamente ai soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale, oppure utilizzato relativamente a reperti biologici acquisiti nel corso di procedimenti penali, di persone scomparse o loro consanguinei e di cadaveri e resti cadaverici non identificati.


Un solo dubbio permane e non viene chiarito dalla lettura del testo di Legge: quando nella versione "limitata" si parla di "vittime di sinistri", non si comprende di che cosa si tratti. Infatti, se la "vittima di sinistri" è un individuo che rientra nella categoria delle persone sottoposte a misure restrittive, il ragionamento funziona, ma poiché l'indicazione è assolutamente generica, bisogna leggerla come "chiunque". D'altronde, chiunque può essere vittima di incidenti.

Pertanto, seguendo il ragionamento, chiunque dovrà sottoporsi al prelievo del DNA, altrimenti non si spiega come si farebbe a rintracciare l'identità della "vittima di sinistri" se non con l'esistenza implicita di una Banca Dati di tutta la popolazione.

Ecco che quindi si ricade nel timore che la Legge non dica tutto o che, perlomeno, possa essere in seguito integrata ed estesa alla globalità della cittadinanza, il che spiegherebbe almeno il perché, in rete, vengano palesati dubbi come quelli che noi abbiamo riassunto nella versione "estesa" e decisamente orwelliana.


Che non si tratti soltanto di un ragionamento deduttivo dello scrivente o di chi ha "fatto le pulci" alla Legge sul Web, lo si può notare anche da quanto rilevava, all'epoca dell'istituzione del Disegno di Legge, il Garante della Privacy, sottolineando come "il ddl non circoscrive a sufficienza il novero dei soggetti da sottoporre al prelievo obbligatorio dei materiali biologici; si tratta di intere categorie di persone i cui dati sarebbero inclusi per numerosi anni in una banca dati nazionale solo perché le medesime persone sono state sottoposte, anche per un breve periodo, a determinate misure restrittive della libertà personale".




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