Ricorso al patteggiamento e possibilità di evitare una condanna a cinque mesi e dieci giorni, versando 40mila euro di pena pecuniaria. Questa è una delle strade tracciate dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal sostituto, Cristiana Macchiusi nell'ambito dell'inchiesta sulle baby squillo dei Parioli.
Si tratta, però, di una via d'uscita limitata agli incensurati e a coloro che non erano clienti abituali di Aurora e Azzurra, le due ragazzine minorenni che lavoravano come baby squillo in un appartamento dei Parioli, a Roma. Molti avvocati si sono attivati per ricorrere al patteggiamento e garantire, così, ai propri assistiti, la possibilità di uscire dallo scandalo versando un'ingente somma pecuniaria, ma evitando di dover "confessare" alle famiglie, agli amici e ad altri parenti, il proprio coinvolgimento come clienti delle giovani prostitute.
Il calcolo del patteggiamento per chi non ha precedenti penali è partito da una condanna a 8 mesi, che va ulteriormente scontata per chi decide di patteggiare. Si arriva così a un periodo di reclusione pari a 5 mesi e 10 giorni, oppure al pagamento di una somma corrispondente a 40mila euro. Coloro che dovessero scegliere di non versare denaro, potrebbero ricorrere alla libertà controllata. I dati e i nominativi nelle mani degli inquirenti sono centinaia. Tutti verificati attraverso lunghe indagini, pedinamenti e intercettazioni telefoniche inconfutabili.
Esistono casi di contatti casuali, ad esempio uomini che non si sono più presentati all'appuntamento oppure che, una volta resisi conto della minore età delle ragazze, sono andati via con una scusa. Ma ci sono anche numerosi altri casi di clienti "abituali" che ora vorrebbero chiudere la vicenda ricorrendo ad un patteggiamento e al pagamento di una cifra in denaro. Ma al momento la decisione del procuratore aggiunto Monteleone riguarda solo coloro che hanno avuto frequentazioni sporadiche con le ragazzine.
Nei prossimi giorni, gli inquirenti avanzeranno richiesta di rinvio a giudizio anche verso coloro che sfruttavano l'attività delle minorenni. Tra questi figura la madre di Aurora, accusata non solo di sapere quale fosse il "lavoro" della figlia, ma anche di sollecitarla a continuare poiché garantiva una cospicua fonte di guadagno alla famiglia.