"Ci metto un paio di giorni a fumarmi una parete". È il commento di un utente del web all'annuncio che gli orti "legali" di cannabis in Italia per la costruzione di case stanno rapidamente aumentando e che saranno l'economia del futuro.

Commento ironico, ma difficilmente realizzabile, considerato che i mattoni o i pannelli di canapa sono prodotti di un biocomposito in cui è presente anche calce, difficilmente assimilabile per una fumata ludica, salvo incorrere in immediati gravi problemi di Salute.

Quanto alla notizia, è vero che in alcune regioni italiane sta crescendo la corsa a quello che è già stato definito, con una metafora di altri tempi, "l'oro verde". Stando alle stime di "Assocanapa" in Calabria e Puglia gli agricoltori che convertono i loro terreni in piantagioni di cannabis destinate a mattoni per bioedilizia abitativa (ma le applicazioni sono molteplici: si va dalle case ai vestiti, passando per gli alimenti sino ai cruscotti per le automobili) sono in aumento: si valuta che 450 ettari nel Sud italia e 400 al Nord siano già stati riservati alla coltivazione di foglie di marijuana.


Sintomatico l'esempio di Antonino Chiaramonte il quale, in provincia di Cosenza, ha abbandonato la coltivazione del grano perché troppo costosa, sostituendola con campi di cannabis, le cui fibre vengono poi lavorate a Taranto per produrre materiale per bioedilizia. In questo settore, i blocchi o mattoni di canapa e calce sono impiegati sia per le nuove costruzioni, assieme a telai in legno o acciaio oppure per ristrutturazioni, nel caso di muri perimetrali, in funzione di isolante termico esterno a cappotto, nonché come isolante interno o dei pavimenti.


Chiaramonte ha dato comunicazione alle autorità, nello specifico ai carabinieri, di avere attivato un orto di cannabis a scopo industriale, recintandolo a dovere, in modo tale da non incorrere in malintesi come quello accaduto in una piantagione di canapa in provincia di Piacenza, dove la polizia ha sradicato un intero campo di prodotto per l'industria non già perché illegale (anche in quel caso era stata trasmessa un'informativa sull'utilizzo finale della cannabis a scopi edilizi), quanto perché molti rubavano le piantine per fumarsele.

Non possedendo ancora l'Italia una legge che tuteli la coltivazione di cannabis per l'industria, ma solo contro il consumo di droga, le forze dell'ordine hanno applicato alla lettera le attuali normative, anche se gli scopi della piantagione nulla avevano a che fare con il consumo di sostanze stupefacenti.

C'è chi, però, fa notare, che l'incremento delle coltivazioni è ancora ben lontano dagli 80 mila ettari di campi di canapa sativa per uso tessile che esistevano in Italia sino al 1910, suggerendo quasi una macchinazione delle multinazionali del petrolio e del suo derivato, ossia la plastica.

La Canapa - a inquinamento zero rispetto alle diossine generate dalla produzione delle materie plastiche - sarebbe stato un concorrente troppo forte ed economicamente conveniente (un ettaro di canapa rende come 12 ettari di pioppo) per le lobby petrolifere, le quali cercando il monopolio, hanno reso illegale la canapa, marcando l'accento sulla sua pericolosità in quanto droga e mettendo volontariamente in ombra le sue altre peculiarità positive, da quelle mediche a quelle legate alla produzione tessile o edilizia.

Una visione forse fin troppo "complottistica" anche se, a pensar male, quasi sempre ci si azzecca.


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