I corpi dei tre ragazzi israeliani che da 18 giorni erano stati rapiti mentre facevano l'autostop in una zona della Cisgiordania sono stati ritrovati nella serata del 30 giugno vicino Hebron, e l'avvenimento ha scatenato una serie di minacce e di scambi di accuse tra il governo dello stato ebraico e Hamas che fanno temere una escalation di violenze e sangue che potrebbe dare inizio ad uno dei capitoli più cruenti dell'eterno conflitto israelo-palestinese.
Lo scambio di accuse e minacce tra Israele e Hamas
Ancora prima che i corpi dei tre giovani fossero stati ritrovati, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva indicato in Hamas l'organizzazione colpevole del rapimento, e dopo il ritrovamento dei cadaveri ha confermato che il movimento considerato da più parti terrorista dovrà pagare; ancora più duro il ministro dell'edilizia Uri Ariel, che auspica la distruzione di Hamas, mentre il vice-ministro della difesa Danu Danon va più nel dettaglio, sostenendo la necessità di radere al suolo le abitazioni dei terroristi e distruggere i depositi e gli armamenti.
Dal canto suo, Hamas non ha tardato a fornire la propria risposta, per nulla rassicurante: un esponente dell'organizzazione islamica fa sapere che, in caso di attacco sionista, per Israele si apriranno le porte dell'inferno.
Parole che definire durissime sarebbe un eufemismo, e che hanno spinto Barack Obama, nel condannare l'accaduto, a lanciare un appello affinchè non si metta in moto una spirale sanguinosa.
Chi erano i tre ragazzi uccisi
Fatto sta che, in mezzo a questo preoccupante scenario, oggi si piange la scomparsa di tre giovani vite: i tre ragazzi erano studenti che frequentavano una scuola ebraica in Cisgiordania; i loro nomi sono Naftali Fraenkel, sedici anni appena, dalla doppia cittadinanza israelo-americana; Gilad Shaar, anch'egli sedicenne; Eyal Yifrah, 19 anni, che, a quanto si legge sul Jerusalem Post, era stimatissimo dagli amici, al punto che oggi uno di essi ha dichiarato che la sua morte non solo è una grave perdita per la comunità ebraica, ma per il mondo intero.
Quel che è certo è che vorremmo non dover più parlare di morti, nè da una parte nè dall'altra, ma quel che è altrettanto certo è che purtroppo si tratta di una mera utopia.