L'allarme non poteva giungere da una fonte più autorevole. L'inviato delle Nazioni Unite a Tripoli, Bernardino Leon, ha affermato che "l'Isis di fatto è già in Libia" e pertanto serve un dialogo politico urgente per superare le divisioni presenti in loco. Gli jihadisti, dunque, sono non solo alle porte dell'Europa dal momento che la loro bandiera è stata issata oggi nella città siriana di Kobane a pochi chilometri dal confine con la Turchia (la Nato ha ribadito il sostegno a questo membro in caso di attacco) ma anche nello Stato nord africano che è situato a poca distanza dal nostro paese.

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Il rischio del terrorismo potrebbe, pertanto, aumentare esponenzialmente in tutto il Vecchio Continente ma non sarebbe, purtroppo, l'unica fonte di preoccupazione. La coalizione, sempre più ampia, che sta cercando di distruggere lo Stato Islamico sembra non riuscire a fermare la sua avanzata nonostante sia riuscita ad unire seppure non ufficialmente paesi tra loro ostili come gli Stati Uniti e il regime di Damasco o quello di Teheran.

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La Turchia ha espresso una posizione nelle ultime ore molto ambigua in quanto, secondo il giornale britannico "Times", avrebbe scambiato con l'Isis oltre 180 jihadisti (fra cui due britannici) in cambio di 46 suoi diplomatici e tre iracheni rapiti dallo Stato islamico nei mesi scorsi. Il premier di Ankara però ha "ricattato" gli Stati Uniti subordinando un eventuale invio dei propri militari in Siria alla necessità di coordinare col Pentagono un piano per destituire il governo del paese.

Il presidente Obama se attuasse tali atti ostili suggeriti dall'alleato rischierebbe di entrare in guerra contro la Russia, che protegge militarmente Assad dal 1971, ma non potrebbe neanche escluderlo totalmente. I motivi di questa scelta sono molteplici ovvero la sua posizione geografica, la sua rilevanza politica all'interno dello scacchiere regionale e la promessa di Washington circa la distribuzione di armi letali all'opposizione moderata per rovesciare il regime di Damasco oltre che per combattere lo Stato Islamico.

La crisi siriana, intesa esclusivamente come lotta tra i ribelli e le autorità politiche locali, potrebbe incendiare ulteriormente la zona e incrementare le divergenze tra la Casa Bianca e il Cremlino anche su altri fronti come la crisi ucraina dove vi è una tregua sempre più scricchiolante. Il rischio che entrambe possano deflagrare sta creando di fatto un nuovo pericoloso clima da guerra fredda che, se dovesse riscaldarsi, potrebbe ridurre l'umanità a un cumulo di macerie mediante una apparente e sempre più inevitabile terza guerra mondiale.

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