D’accordo, soprattutto in tempo di crisi tocca essere aziendalisti. Vabbè, l’opportunità di essere ‘finestra aperta sul mondo’, della realtà filtrata dal grande schermo, impone all’azienda Cinema canoni e regole (economiche e di distribuzione) ben precise. E soprattutto se la cartina tornasole è Venezia, per la precisione il Festival del cinema di Venezia. Che sulla sua carta d’identità non solo conta con la prossima, imminente, kermesse il ragguardevole traguardo delle 72 edizioni, ma che certamente dal punto di vista delle intenzioni non le manda certo a dire. E questo a giudicare dalle impressioni in libertà che Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra al suo ottavo mandato (non dimenticando anche i suoi quattro anni in laguna dal 1998 al 2002) ha dichiarato.

Il troppo stroppia

Sulle pagine de Il Messaggero, a firma di Gloria Satta, rimbalza infatti l’intervista in cui alla vigilia dei fasti, quest’anno orchestrati dal 2 al 12 settembre da Alfonso Cuaròn alla guida dei giurati, il direttore se la sente (e chi se non lui?) di ammettere che l’ultima annata dell’Italia cinematografica è stata ‘meno felice del solito’. Ma come, non avevamo di che essere fieri alla vigilia di Cannes, non più tardi di tre mesi fa, per essere riusciti a portare in concorso alla croisette nientemeno che tre nostri assi nella manica (Matteo Garrone, Nanni Moretti e Paolo Sorrentino), più Roberto Minervini nella sezione ‘Un Certain Regard’? Forse sì, anche se però ‘Il cinema italiano ha preso una piega pericolosa: si producono troppi film rispetto alla ricettività del mercato.

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E ogni film è realizzato con meno soldi, a discapito della qualità’.

Soldi, grande schermo e qualità

Certo, non si può ammettere che ogni opera prodotta, in Italia e nel mondo, sia quel capolavoro definitivo della rinascita che tutti attendono (e continueranno ad attendere). Ma senza dubbio fa effetto che in un Paese come il nostro, dove per mancanza di fondi Cinecittà da vera e propria fabbrica di celluloide che è sempre stata diviene un immenso parco tematico di divertimenti, rimbalzi da un pulpito così autorevole la necessità di centellinare ancora di più le produzioni. Ovvio, il discorso riguarda il sempreverde tema della qualità, che probabilmente potrebbe giovarne ad essere centellinata su progetti meno numerosi. Ma siamo sicuri che con meno film l’industria cinematografica italiana avrebbe da convenirne, almeno a livello di infrastrutture e maestranze (non sempre fagocitate in toto dalle produzioni televisive)?

Forse le parole di Barbera, da parere personale che sono state, potranno a breve divenire fonte di polemiche.

E questo magari vorrà dire cassa di risonanza mediatica ulteriore a pochi giorni da un Festival che promette scintille (quelle di Sokurov ed Egoyan ad esempio, autori di due delle pellicole più attese) ma pure grandi assenti (Zemeckis, che col suo spettacolare ‘The Walk’ ha presenziato al festival di New York). E gli italiani? ‘4 in gara, tre fuori e 2 a Orizzonti: appaiono tutti fortissimi’. In realtà avrebbe potuto essercene un altro, ‘Non essere cattivo’: ‘Il film di Caligari è molto bello, ma cinque italiani in gara sarebbero stati una provocazione’. Appunto.