La conferma arriva dal tribunale islamico di Nureddin Zenki, una delle milizie coinvolte nel rapimento delle giovani volontarie dell'Organizzazione Mondiale di Soccorso, che ha condannato Hussam Atras, capo del gruppo Ansar al Islam, per essersi intascato metà della cifra pagata per il rilascio delle due ragazze rapite in Siria il 31 luglio 2014. Sempre secondo il tribunale, i restanti 7 milioni e mezzo di euro (circa 5 milioni di dollari) sarebbero stati spartiti tra i signori della guerra locali. La condanna risale al 2 ottobre scorso, ma i documenti del processo sono stati resi pubblici solo oggi.

Il Caso

Dopo il ritorno in patria delle due connazionali, avvenuto il 16 gennaio 2015, il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva negato ogni indiscrezione sul pagamento di un riscatto da parte del Governo per il rilascio, definendole "Prive di ogni fondamento e veicolate da gruppi terroristici".

Il rientro delle ragazze era stato sin da subito elemento di protesta da parte dei media e sui social.

Le giovani, poco dopo il ritorno in patria, avevano dichiarato in un'intervista su La Repubblica di voler ritornare in Siria come volontarie della stessa ONG, dichiarazione poi smentita da entrambe. Vanessa Marzullo, inoltre, aveva dichiarato di "non avere nessun senso di colpa, se non quello di aver fatto preoccupare le persone che mi vogliono bene e l'Italia", e alla domanda se provassero vergogna per l'accaduto aveva risposto "Se per vergogna si intende imbarazzo per quello che ho fatto, io non mi vergogno di niente. Anzi, ne vado fiera".

In una successiva intervista, le volontarie avevano anche rilasciato dichiarazioni sul loro trattamento da parte dei rapitori durante i cinque mesi di prigionia, affermando di essere sempre state trattate bene dai terroristi, e di non aver mai subito violenze o minacce di morte.

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Il polverone mediatico sollevato dopo il rilascio di tali dichiarazioni aveva portato il padre della giovane, Salvatore Marzullo, ed il fratello Mario, a smentire quanto affermato in precedenza, ed anzi a negare l'esistenza di tale intervista.