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Sinceramente? Gli accordi di Monaco che potevano e dovevano rappresentare l'inizio di una nuova epoca di pace per la Siria sono al momento una passerella politica. Risultati? Per ora nulli, non sembrano esserci i pressupposti per un "cessate il fuoco", la Russia ed il governo di Assad continuano infatti a bombardare le postazioni dei ribelli ed il segretario di Stato americano, John Kerry, non ha escluso l'invio di truppe di terra nel caso in cui non vengano rispettati i patti. Quella che in questo momento sembra l'avvio di una nuova "guerra fredda" tra Stati Uniti e Russia vede seriamente in vantaggio quest'ultima che mira a rafforzare la sua posizione in Medio Oriente.

La politica estera dell'amministrazione Obama rischia invece di andare incontro ad un fallimento storico. In ultimo, il tanto discusso Bashar al-Assad resta presidente della Siria e non ci sono i presupposti per la fine del regime.

Il regno del caos

Finora sono oltre 250mila le vittime del conflitto siriano, oltre 8 milioni i rifugiati del Paese che hanno preso la via dell'Occidente e l'attuale emergenza immigrati in Unione Europea sta mettendo a rischio l'area Schengen, già sospesa in alcuni Stati comunitari. Gli accordi di Monaco prevedono la fine delle ostilità dal 19 febbraio ma, nell'attesa, i russi continuano a bombardare le postazioni dei ribelli ed Assad ha già annunciato le sue intenzioni di riconquistare tutto il Paese, eliminando sia le forze ribelli che le milizie islamiste legate all'Isis e ad Al Qaeda.

Il caos attuale non giova certamente agli aiuti umanitari che dovrebbero essere inviati in Siria: anche questo fa parte degli accordi di Monaco ma in un tale scenario l'avvio di una massiccia missione umanitaria sembra una lotta contro i mulini a vento. Possibile che entro una settimana, come pattuito, l'intesa venga rispettata e che ci si possa mettere attorno ad tavolo. L'impressione è che si vada a negoziare sul nulla, ovvero sul cumulo di macerie che potrebbe lasciare l'azione dei cacciabombardieri di Mosca, dell'esercito di Assad, delle milizie sciite libanesi di Hezbollah e dei Pasdaran iraniani.

Tutti i paradossi di Obama

Per Barack Obama gli ultimi mesi della sua presidenza rischiano di essere i più difficili. Il presidente americano non può lasciarsi andare in azioni avventate, un errore rischia di incidere sulla campagna elettorale dei Democratici nella corsa verso la Casa Bianca. L'invio di truppe in Siria significa necessariamente lasciare in eredità alla prossima amministrazione una guerra, difficile che ciò avvenga.

Ma lasciare il campo a Putin, con le mani straordinariamente libere al momento su tutto ciò che accade in Siria, può rappresentare un errore ancora più grande. Gli Stati Uniti hanno appoggiato i ribelli ma non lo hanno mai fatto apertamente a differenza di ciò che la Russia fa con Assad.

E se Assad facesse comodo agli Stati Uniti?

Il regime siriano combatte i ribelli e, contemporaneamente, ha l'obiettivo di rinconquistare i territorio occupati dai jiahdisti. La guerra contro l'Isis e le cellule di Al Qaeda è un obiettivo che Assad condivide con gli Stati Uniti. Inutile nascondersi dietro al classico dito: gli americani ripongono poca fiducia nelle forze ribelli al regime siriano, la caduta di Assad al contrario potrebbe rafforzare correnti islamiste ed è un rischio che probabilmente Obama non vuole correre. Allora, meglio una Siria sotto il pugno di ferro di Assad e la regia oscura (ma non troppo) di Mosca? Oppure è preferibile correre il rischio di trovarsi davanti ad un fragile governo di coalizione tra gli attuali, frazionati ribelli sotto la minaccia pressante dei jihadisti? Un atroce dilemma che lega le mani statunitensi. La superpotenza mondiale sembra andare incontro ad un clamoroso fallimento: non è un nuovo Vietnam ma poco ci manca dal punto di vista politico.