Sono passati tre anni da quando le Filippine hanno trascinato la Cina in tribunale per risolvere la disputa del Mar Cinese Meridionale. Lo stato insulare del sud-est asiatico ha fatto ricorso alla Corte Permanente di Arbitrato dopo aver accusato la Repubblica Popolare Cinese di aver violato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. La sentenza del tribunale è stata finalmente emessa oggi: il verdetto, come riportato da Bloomberg.com, è favorevole alle Filippine e non considera fondate le rivendicazioni territoriali cinesi sulle isole Spratly, secondo la Cina basate su un presunto "diritto storico" in realtà inesistente.

"Non c'è nessuna evidenza storica che la Cina abbia esercitato l'esclusivo controllo su quelle acque e sulle loro risorse" - ha detto la Corte. Inoltre, i giudici hanno confermato la violazione della sovranità di Manila nel momento in cui Pechino le ha impedito lo sfruttamento petrolifero e l'attività dei suoi pescatori nella zona. Come se non bastasse, i cinesi sono accusati anche di aver provocato "danni irreparabili e permanenti" all'ambiente dopo aver installato isole artificiali presso l'arcipelago Spratly.

La militarizzazione nel Mar Cinese Meridionale

La zona oceanica che comprende le isole Spratly e Paracel è rivendicata contemporaneamente da Cina, Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei: non sorprende, quindi, che nella regione ci verifichino spesso episodi in grado di alzare la tensione tra queste nazioni. La questione va in realtà ben oltre la politica: basti considerare che, stando alle fonti di AsiaNews.it, il valore commerciale dei prodotti che attraversano annualmente questo mare è pari a circa 5.000 miliardi di dollari; per non considerare la scoperta di alcuni giacimenti di petrolio ed altre risorse naturali.

Negli ultimi anni la Cina si è fatta sempre più aggressiva nei confronti dei suoi vicini, tanto che più volte sono stati riportati attacchi nei confronti dei pescatori che si trovavano nella zona contesa. Non è comunque solo Pechino a far fuoco sui civili: neanche un mese fa i media cinesi hanno pubblicato la notizia di un'aggressione commessa dalla marina indonesiana nei confronti di alcune navi battenti bandiera cinese.

L'avventurismo espansionistico del Dragone è un problema per la stabilità della regione, soprattutto perché assume i connotati di un'espansione militare. La Corte Permanente di Arbitrato ha infatti parlato anche delle installazioni cinesi nel Mar Meridionale Cinese, vale a dire delle piattaforme artificiali che ospitano aerei e mezzi militari in grado di costituire potenzialmente una seria minaccia alla libertà di navigazione.

Cina: "Questa sentenza non comporta obblighi"

La Cina ha voluto immediatamente esternare che la sentenza emessa dal tribunale con sede all'Aja "è nulla e non ha valore vincolante". Il Ministro della Difesa cinese aveva già detto, prima che si conoscesse il verdetto giudiziario, che "le forze armete cinesi salvaguarderanno con fermezza la sovranità, la sicurezza e gli interessi marittimi nazionali".

Uno dei problemi principali del diritto internazionale è rappresentato dall'assenza di meccanismi coattivi, cioè procedure che obbligano gli stati ad assumere determinati comportamenti. I risvolti pratici di questa sentenza saranno quindi minimi. Dal canto suo, però, le Filippine ci hanno tenuto a considerare il verdetto come "un importante contributo nello sforzo di affrontare le controversie relative al Mar Cinese Meridionale".

Le rivendicazioni territoriali di Pechino sulla zona contesa si basano su una mappa risalente al 1947 ed alla cosiddetta "Linea dei nove punti", cioè una linea di mare che si estende per circa 1.800 chilometri a Sud della Cina continentale. Secondo le autorità cinesi, le pretese sugli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale hanno ragione di esistere per motivi storici. Peccato che, come fa notare The Bottom Up, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare non riconosca le ragioni storiche per la sovranità.

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