Alex Pineschi, trentatreenne originario di La Spezia, ha una sola vita e un solo obiettivo: difendere il suo Paese dall'Isis, e se dovessimo enunciarlo in arabo, diremmo testualmente al-Dawla al-Islamiyya, ovvero Stato Islamico dell'Iraq. Il giovane temerario non è un militante, ma si occupa di addestrare l'esercito curdo e solo per questo suo ruolo viene retribuito, come specifica nell'intervista redatta da il Giornale, poichè il suo nome risiede nel registro degli indagati, dopo l'analisi approfondita della Digos, la quale ha sorvegliato per mesi i profili social di Pineschi, osservando alcuni video postati sulle battaglie presiedute, affianco alla IX brigata della città multietnica di Dakuk sita in Iraq, operando esattamente a ventiquattro km dal front line nemico.

Nel mirino dell'italiano e peshmerga d'adozione altresì, albergano gli uomini del Califfato nero e non solo: quanto l'odio, che i suoi occhi algidi riescono a trapelare, ponendo un confine, come quello che cerca di valicare quotidianamente, tra l'animo umano che quasi scinde nell'atarassia e la gioiosità di voler susseguire lo sterminio delle bandiere nere. "peshmerga vuol dire: di fronte la morte ed io ho deciso di essere di fronte la morte, per difendere qualcun altro".

Shoresh e l'altro volto dell'Isis

Il viaggio del soldato formatosi negli Stati Uniti, inizia nel 2015, quando apprende la necessità di valorizzare la sua professione, rendendosi efficiente altrove, la sua meta sarà l'Iraq. Un volo solo andata e un budget di 1000 dollari, lo porteranno alla caserma di un colonnello curdo, il quale decide nell'immediato di testare le abilità militari dell'ex alpino, consegnandogli un kalashnikov e cinque caricatori.

La fiducia verrà più tardi ripagata al generale, quando sarà arruolato come istruttore nella Task Force Black, l'unità speciale tornata in vita al fine di neutralizzare Daesh, formata dagli uomini della Royal Airforce, MI5, MI6 e Joint Special Operations Command. Alex Pineschi e i suoi uomini, vantano con fierezza di aver espugnato la bandiera simbolo del Califfato nero, dove riproduce testualmente: La ilàha illa Allàh, ovvero "Non c'è divinità se non Dio" dopo aver portato a termine una battaglia combattuta alla stregua delle forze. Nel suo racconto, asserisce fermamente di come abbiano sempre cercato di sottrarre in vita gli jihadisti, senza riscontrare la stessa forma di umanità da parte di Abu Bakr al-Baghdadi, il loro emiro: "non mi interessa che li uccidiate, potete anche sparargli in testa".

Alcuni dei componenti del Califfato professano realmente la devozione verso Allàh e l'Isis, altri sono costretti dai loro stessi alleati, sottomettendosi al potere dell'estremismo, perchè non uccidano le proprie famiglie. Mitragliatrici, missili, bombe e sangue versato dai suoi combattenti, sono il pane quotidiano del peshmerga, ma la morte non gli fa paura. L'assuefazione al terrore rende quest'uomo, un uomo spietato in guerra, dichiarando di non tornare in Italia sino ad obiettivo compiuto. Gli istanti in cui non abbraccia le sue armi, li dedica scrivendo la sua biografia, che noi ovviamente, aspettiamo di leggere con ansia.