Matteo Renzi è un cialtrone, mente sapendo di mentire”. Decide di andarci giù duro, questa mattina, il giornalista investigativo del Fatto Quotidiano Marco Lillo, ospite di Oscar Giannino e Alessandro Milan nella trasmissione di Radio24 ‘Attenti a noi due’. Il riferimento di Lillo, autore dello scoop della telefonata tra Renzi padre e Renzi figlio, è a una frase pronunciata dal segretario Pd due giorni fa. “Lillo, già in un caso, ha preteso di mettere una clausola di riservatezza così da non dire fuori se e quanto ha dovuto pagare”, aveva detto il segretario Pd, sostenendo che, querelato a causa di un articolo scritto per l’Espresso nel 2008, il giornalista nel 2012 avesse accettato di pagare mantenendo segreta la questione.

Niente di più falso, aveva controbattuto Lillo sul suo giornale con un articolo scritto ieri, 17 maggio. E oggi, dai microfoni della radio di Confindustria, non fa che ribadire il suo pensiero.

‘Renzi è un ometto’

Dunque, secondo Marco Lillo, la ricostruzione fornita da Renzi della vicenda sarebbe falsa. Nel 2012, sostiene, venne sì contattato dai carabinieri, ma solo per fargli firmare l’accettazione del ritiro della querela da parte dell’ex premier, altro che clausola di riservatezza. Renzi, infatti, aveva portato avanti la sua azione legale solo contro il co-autore di quell’articolo, all’epoca caporedattore del settimanale e oggi vicedirettore di Repubblica, Gianluca Di Feo (che ha confermato la ricostruzione di Lillo).

Fu Di Feo a firmare la clausola di riservatezza e a sborsare oltre 20 mila euro in favore del rottamatore diffamato, e non certo Lillo, come invece afferma Renzi. “Le parole pronunciate ieri da Matteo Renzi non sono corrette - scrive Di Feo il 17 maggio - sono io l’autore dell’errore in quell’articolo de “l’Espresso” firmato assieme a Marco Lillo nel dicembre 2008. Ho scritto che l’allora candidato sindaco di Firenze era indagato: una circostanza falsa, frutto di una notizia non verificata. Renzi presentò querela e la ritirò nel dicembre 2011, dopo un accordo con un risarcimento economico”.

“Io e Renzi - conferma infatti Lillo - ci siamo incontrati nel 2012 e in quella occasione mi disse altre cose”.

Il segretario Pd, secondo il giornalista, sarebbe “solo un ometto, ma deve sapere che io ho traccia di quella conversazione”. Renzi, insomma, non solo avrebbe mentito su Lillo ma, con le sue dichiarazioni, avrebbe violato lui stesso il patto di riservatezza stretto con il collega di Repubblica che gli ha permesso di “mettersi in tasca i soldi”. Il suo scopo, sostiene il giornalista del Fatto nel suo articolo di ieri, sarebbe solo quello di “infangare me con una balla”. E pensare che i due, scrive Lillo, si sentirono per la prima volta al telefono nel 2012 proprio per tale questione. Meno male, conclude quasi minacciando, che conserva ancora la “registrazione di quello e di altri colloqui”.