Quarantaquattro anni dopo la scomparsa del premio Nobel per la letteratura, si torna a far luce sulla morte di una delle penne più amate del Novecento.

Pablo Neruda, poeta, diplomatico e politico, figura di spicco della cultura contemporanea dello XX secolo, potrebbe non essere morto per cause naturali a seguito della degenerazione delle difficili condizioni di salute che caratterizzarono gli ultimi anni della sua avventurosa esistenza.

La riesumazione voluta dai familiari

Nel 2013 la famiglia Neruda aveva chiesto di riesumarne il corpo, perché scettica circa la causa di morte ufficialmente dichiarata dal referto medico del 1973: cancro alla prostata in stadio avanzato.

A seguito delle analisi condotte sulle spoglie, infatti, sarebbero emersi indizi attraverso i quali tornerebbe alla ribalta la tesi dell'omicidio politico.

La scomparsa del poeta nella clinica di Santa Maria dove era ricoverato a seguito di complicazioni legate alla patologia di cui era affetto, il 23 settembre del 1973, era stata preceduta solo poche settimane prima dal colpo di stato che portò all'instaurazione del regime di Pinochet, di cui Neruda era un fervente oppositore.

La tossina ritrovata nel tessuto osseo analizzato

Il ritrovamento da parte degli esperti sul corpo riesumato del premio Nobel di una tossina, identificata come possibile causa di morte, avvalorerebbe la tesi sempre sostenuta dalla famiglia e dal Partito Comunista cileno di soppressione da parte del regime.

La scoperta andrebbe a confermare quanto affermato dall'assistente di Neruda, Manuel Araya, rimasto fino alla fine accanto al poeta, il quale aveva parlato di una misteriosa iniezione somministratagli poche ore prima della morte finalizzata ad attenuare le sofferenze della malattia.

Con il golpe attuato da Pinochet, che aveva visto la destituzione del governo di Salvator Allande, amico di Neruda, questi avrebbe indubbiamente rappresentato un elemento politico di disturbo e, data la sua palese opposizione, un possibile ostacolo per il regime da neutralizzare.

Nel giro di un anno, assicurano gli esperti, a seguito di approfondimenti da condurre sulla tossina si potrà finalmente stabilire con certezza se si tratti di un batterio coltivato in laboratorio che, dunque, avrebbe necessitato di una somministrazione esterna, confermando così l'ipotesi di omicidio accantonata per più di quarant'anni.