La sentenza della Cassazione provoca indignazione.

Aveva ucciso il figlio ma per la Corte di Cassazione, dato che il ragazzo era stato adottato, la pena deve essere ricalcolata. La vicenda risale al novembre del 2013, a Remanzacco in provincia di Udine: Andrei talpis, cittadino moldavo allora 53enne, uccise con una coltellata al petto il figlio adottivo 19enne Ion - adottato da piccolo in Moldavia insieme alla moglie Elisabetta.

Il ragazzo si era messo in mezzo all'ennesima lite in casa tra i due genitori, voleva difendere la madre che venne comunque ferita gravemente. L'uomo venne condannato all'ergastolo in primo grado a Udine e in appello a Trieste. Il suo legale aveva chiesto il terzo grado di giudizio e la stessa Procura Generale della Cassazione ha accolto le motivazioni avanzate dalla difesa per evitargli l'ergastolo, evidenziando la distinzione tra discendenza naturale e discendenza adottiva.

I Giudici della Suprema Corte della Magistratura hanno rimandato alla Corte d'Assise di Venezia il ricalcolo della pena, basandosi sul principio del Codice penale che specifica la differenza tra figlio naturale e figlio adottato: se non vi è alcun legame di sangue tra assassino e vittima si può escludere l'aggravante di consanguineità che in caso di omicidio prevede l'ergastolo. La pena comunque non potrà essere inferiore ai sedici anni.

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Cronaca Nera

Una distinzione che a livello civilistico non esiste perché i figli naturali e quelli adottati godono invece degli stessi diritti riconosciuti dalla Legge.

Strasburgo bacchetta l'Italia in merito al processo Talpis

Una vicenda questa che aveva già fatto discutere perché era arrivata anche alla Corte di Strasburgo a cui si era rivolta la moglie dell'omicida. Elisabetta Talpis, vittima di ripetute violenze del marito con problemi di alcool, da lui minacciata col coltello e picchiata perennemente - l'aveva denunciato più volte per maltrattamenti.

Per quelle denunce di violenza rimaste inascoltate dalle autorità italiane, per la sottovalutata pericolosità dell'uomo e per la situazione d'impunità, a marzo, la Corte europea per i Diritti umani ha condannato l'Italia per discriminazione, per violazione dei diritti fondamentali e per il rispetto alla tutela della vita in contrasto con i trattamenti inumani e degradanti. Questo è stato il primo verdetto al livello europeo per violenza domestica e il primo ricalcolo di ergastolo per infanticidio.

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