La morte di un ragazzino, riportata dal magazine internazionale 'The Atlantic', illumina un concetto molto importante e dibattuto nella bioetica, ovvero la definizione del concetto stesso di morte. L'episodio in questione coinvolge un bambino di 8 anni, il quale dopo aver rischiato la morte per annegamento, è entrato in coma, senza riprendere coscienza. L'evento si è svolto a giugno 2017 nell'ospedale 'Ronald Reagan UCLA Medical Center' a Los Angeles dove i dottori hanno ammesso ai genitori del bambino che le speranze di un risveglio sarebbero state minime.

Il cervello del bimbo aveva infatti riportato danni troppo gravi per sperare in un risveglio, anche se egli non poteva essere considerato 'morto cerebralmente', in quanto alcuni stimoli per materne le funzioni vitali involontarie continuavano ad essere presenti.

I genitori, nell'Agosto 2017 hanno deciso di staccare il proprio figlio dai supporti medici a lui indispensabili per la respirazione e per il nutrimento. Dopo questa decisione, uno dei medici dell'ospedale è intervenuto somministrando al piccolo una dose di 'fentanil', un analgesico oppioide che avrebbe dovuto evitare la sofferenza fisica della morte. Nell'autopsia successiva alla morte, però, si è scoperto che è stata proprio la dose dell'analgesico, probabilmente troppo alta per il soggetto, ad aver ucciso definitivamente il bambino.

La questione è delicata, e necessita di un'analisi di tutte le parte coinvolte e delle loro motivazioni. Da esaminare ci sono i diritti di un individuo minorenne, le cui opinioni non potevano essere espresse, il ruolo dei genitori – i quali probabilmente si saranno affidati almeno in parte al personale medico nel prendere una decisione, e i medici che seguivano il paziente. Proprio su questi ultimi, e in particolare su il dottore che ha compiuto l'atto di somministrare la dose di 'fentanil', la polizia della contea ha avuto dei sospetti. È risaputo infatti che, specialmente negli Stati Uniti, le liste di attesa per la donazione degli organi sono molto lunghe, e l'attesa, in questi casi, può significare la morte.

La polizia sta infatti indagando per vedere se il dottore avrebbe avuto l'intenzione o meno di accelerare il processo di morte di una persona in stato comatoso per favorire l'asporto degli organi, la cui donazione era stata confermata in precedenza dai genitori del bambino. Inoltre, in casi di questo tipo, il conflitto di interessi del donatore e del ricevente dell'organo diviene ancora più complesso se si considera il deterioramento naturale dei tessuti che avviene quando si aspetta troppo, e questo contrasto era sentito soprattutto in passato, quando si usavano un metodo di analisi più utilitaristico, che tendeva ad accelerare la morte, per garantire il pieno funzionamento delle singole parti del corpo da innestare sui pazienti in attesa.

Cosa si intende per morte? Piccola storia della definizione del temine

Il concetto di morte si evolse per la prima volta a causa del primo trapianto di cuore al mondo, realizzato da chirurgo Christiaan Barnard, in Sud Africa nel dicembre del 1967. Fino ad allora, infatti, comunemente per morte si intendeva l'arresto della circolazione sanguinea: una persona non era più in vita nel momento in cui i liquidi e i gas che fluivano non proprio corpo smettevano di circolare. Questa definizione, con l'evoluzione delle tecnologie mediche, cessò di essere valida, in quanto un uomo riusciva a vivere e svolgere tutte le sue attività con un cuore di un altro, una pompa, che non gli apparteneva ma gli garantiva la sopravvivenza.

Il termine 'morte' ha cominciato a cambiare significato nella testa delle persone proprio in questo momento, dopo che i medici avevano decretato la morte celebrale del donatore di cuore, ovvero la completa assenza di attività encefalica. La possibilità di rimuovere un cuore battente da un corpo, non poteva essere considerata un 'omicidio', in quanto i medici avevano riscontrato la morte celebrale. La questione sollevò non pochi dubbi in materia, ed infatti nell'agosto del 1968 la 'Harvard Medical School', decise di riunire una 'Commissione Ad Hoc per esaminare la morte celebrale'.

La Commissione afferma la nuova definizione di 'morte'

La facoltà di Harvard riunì il comitato cercando di riunire sia degli specialisti del campo della medicina (come anestesisti, cardiochirurghi, neurochirurghi..), ma anche degli avvocati pionieri del diritto della salute, e dei filosofi specializzati in bioetica e sociologia.

Infatti, come il filosofo John Lachs ha affermato: “la morte è un costrutto morale proveniente da una base biologica”. La definizione di morte che la commissione doveva trovare, era fondamentale per due principali motivi. In primo luogo per evitare l'accanimento terapeutico nei casi in cui il paziente avesse subito dei danni irreparabili al cervello, sebbene il cuore e le altre funzioni vitali continuassero ad essere presenti. In secondo luogo per trovare una nuova definizione di morte, che a differenza di quella obsoleta che riguardava il funzionamento del cuore, non portasse delle controversie nei casi di trapianti di organi dei donatori, per definire o meno se essi fossero morti.

La commissione, così variegata ed interdisciplinare arrivò ad attirare anche l'attenzione dei media, che diedero voce anche alle opinione del grande pubblico non specializzato, ma che giustamente richiamava l'attenzione sulla possibilità di esprimere la propria opinione in merito ad un interrogativo così profondamente umano.

Il report finale stabilì che la morte celebrale corrisponde alla condizione di 'coma irreversibile', che si caratterizza per l'assenza di ricettività da parte del paziente, che è totalmente incosciente e che non dà risposte nemmeno se stimolato dal dolore. Inoltre, lo stato comatoso si distingue per l'assenza di movimento, della respirazione e di tutti le attività involontarie che il corpo normalmente svolte. Come ultimo punto, il report sancisce che il paziente sotto esame deve avere le pupille dilatata, che non hanno riflessi spontanei o movimenti. Il coma irreversibile può avere diverse cause ma è si può parlare di morte solo nel caso in cui “non ci sia un'attività discernibile del sistema nervoso centrale”.

È da notarsi, che questa particolare condizione differisce totalmente dallo 'stato vegetativo permanente', nel quale i sintomi possono essere simili, ma ciò che fa la differenza è l'alternanza manifesta tra cicli di sonno e di 'veglia'. La morte celebrale è quindi, in un certo senso, uno standard logico per la donazione di organi, perchè risolve in sé stesso il paradosso del donatore: dare un organo ancora funzionante sebbene il paziente possa definirsi morto.

Il problema con il caso di cronaca esposto prima

Dagli anni 90 in poi, negli Stati Uniti, per rispondere alle liste infinite di attesa per gli organi, alcuni esperti e medici hanno cominciato a cercare soluzioni per espandere il pool dei potenziali donatori.

Alcuni sostengono, come riporta il 'The Altantic', che bisogni tornare al protocollo usato prima della che la commissione di Harvard desse il suo parere, ovvero del procedere rimuovendo i ventilatori a coloro che hanno subito danni al cervello irreparabili, sebbene il paziente magari non si possa definire 'morto' seguendo l'espressione del comitato. In questi casi rientra esattamente il ragazzino di Los Angeles. Il problema che i dottori pongono è il seguente: per fare il trapianto dell'organo nel soggetto in attesa, i tessuti devono essere integri, e ciò implica che il tutto deve avvenire nei tempi più brevi possibili, affinché il cuore o il fegato possano essere usati e non scartati durante l'operazione.

Per fare un esempio della velocità del deterioramento dei tessuti basti pensare che alcuni degli organi più resistenti del nostro corpo, come i polmoni e i reni, possono 'sopravvivere' dai 30 ai 60 minuti dopo che la respirazione è cessata, mentre per organi più delicati come il cuore e i polmoni, riescono a resistere per ancor meno tempo – e difatti raramente essi sono disponibili nelle donazioni.

Ecco il motivo per cui, nel caso del bambino di 8 anni, i dottori hanno deciso di iniettare il 'fenatil',per far sopravvenire il più velocemente possibile la totale assenza di respirazione, ed è proprio su questa norma scorretta che si sta indagando. Infatti, il protocollo usato dal medico si chiama 'donazione di organo dopo la morte circolatoria', che avviene appena il cuore smette di battere, ma il cervello continua a dare segni di attività.

Il problema etico qui sta tutto se scegliere un approccio utilitaristico, tendendo ad una visione più pragmatica della vicenda come quella che solitamente sostengono gli esperti del campo medico, per i quali vale di più la buona riuscita – e quindi la vita – del paziente che andranno a salvare; oppure se si vuole garantire il rispetto per il diritto di morire del soggetto, che però, allo stesso tempo, può ledere irrimediabili gli organi del suo corpo, non garantendo la speranza di vita alle persone che attendono.

- Cab