È giusto che nel terzo millennio l’uomo debba staccarsi dall’idea dell’esistenza del demonio? A quanto pare, secondo il biblista Alberto Maggi, frate dell’Ordine Ordine dei servi di Maria e fondatore del Centro Studi Biblici Vannucci a Montefano (Macerata), sì e lo spiega in un articolo scritto per il sito “Il Libraio.it intitolato “È ora di finirla con l’ossessione per il Diavolo…”. Il frate punta l’accento sul rapporto uomo-Dio-satana e lo fa con una serie di spiegazioni dei testi Sacri che evidenziano come in realtà non ci sia alcuna certezza sulla reale esistenza del demonio.

Per secoli - dice - l’uomo è stato certo dell’esistenza di satana e degli angeli ribelli a causa di un racconto dal carattere fiabesco del libro dei segreti di Enoc che ha dato adito a false credenze popolari sulla possibile azione malefica del demonio sull’uomo (il libro in questione non fa parte della bibliografia sacra). In pratica il testo parla del famoso episodio di Lucifero, l’angelo più bello della Corte Celeste, che si sarebbe ribellato a Dio e per questo motivo allontanato per sempre e confinato in un luogo spettrale che prende il nome di inferno (dal latino infernu(m) quindi da inferus (infer) che vuol dire “sotterraneo”), ma in realtà -sottolinea Maggi- le cose stanno in maniera ben diversa.

L’idea di una figura cattiva e malvagia che vaga per il mondo alla ricerca di anime da corrompere e condurre con sé all’inferno, è solo il furbo e alquanto patetico tentativo dell’uomo di giustificare i propri errori, una sorta di alibi costruito ad hoc per sedare la coscienza! E allora questo cosa vuol dire, che l’uomo si è ingannato da solo nel corso dei secoli? E se fosse esatta la tesi di Maggi, la storia del Cristianesimo non andrebbe riscritta?

Il frate afferma che con il termine satana (avversario/ nemico) nei testi sacri (Bibbia ebraica) si individuano sia figure allegoriche che uomini e porta in esempio Davide (1 Sam 29,4) di cui i Filistei hanno timore tanto da non volerlo in battaglia affinché non diventi un loro nemico (satan). Come figura simbolica, invece, l’autore concentra l’attenzione sul libro di Giobbe in cui satana diventa un elemento allegorico funzionale (una sorta di vigilantes al servizio del Creatore) e non una presenza metafisica reale e concreta, il cui scopo è quello di accusare i peccatori.

Quindi satana vestirebbe i panni di un funzionario che fa parte della Corte Celeste e non del nemico di Dio che al contrario lo accoglierebbe in maniera del tutto amorevole e per nulla ostile. “Il Signore chiese al satana: Da dove vieni?”, (Gb 1,7). E il satana insinua a Dio, che si vanta della fedeltà di Giobbe, che forse costui si comporta bene perché tutto gli va a gonfie vele, e ottiene il permesso di metterlo alla prova (Gb 1-2).

Da qui si deduce, secondo Maggi, che uno spirito avvezzo al male per il male non ha motivo di esistere, ma che in realtà ogni forma di perversione e di cattiveria è frutto della debolezza e di quel senso di libertà dell’uomo che tende ad essere in continuo conflitto con sé e con Dio, cercando continuatamente di assumere il controllo della propria vita per dare un senso all’esistenza in una dimensione propria, del tutto nuova ed evolutiva che non prescinda dal Creatore (uomo dio di se stesso).

A questo punto l’autore ci spiega come l’immagine di satana con l’Avvento di Cristo, che rivoluziona la figura di Dio mostrandolo agli uomini non più come un castigatore per i cattivi ma come un Padre Misericordioso pronto a sanare i malati in spirito e propenso a perdonali per via del Suo infinito Amore nonostante gli errori, si evolve e perda la sua funzione di accusatore degli uomini. Gesù infatti dice: “Vedevo il satana cadere dal cielo come una folgore” (Lc 10,18); sì, perché come ci spiega Maggi, il “nuovo Dio” presentato da Cristo non può tollerare la presenza, tra gli Angeli della Corte Celeste, di un elemento pronto ad accusare le Sue creature e quindi viene cacciato e precipitato sulla terra.

Anche nei Vangeli dunque il Diavolo avrebbe un ruolo marginale che incarna il simbolismo del potere fine a se stesso che rende l’uomo sterile e cieco nello spirito fino al punto da esserne totalmente dominato e corroso (satana comparirebbe come figura attiva nel Nuovo Testamento soltanto nell’episodio del deserto in cui Gesù viene tentato). Cristo ritrova questa filosofia egoistica nell’atteggiamento dei farisei che, come sepolcri imbiancati, si ammantano di giustezze impugnando la dottrina e le leggi mosaiche per sacrificare il popolo ai loro scopi, in una spirale ipocrita e crudele. Ipocrisia e stoltezza che condanneranno lo stesso Figlio di Dio alla morte in Croce.

Alla luce di ciò, Maggi evidenzia come nella Bibbia ebraica ci sia la totale assenza di episodi di vera possessione diabolica e la cosa si estende anche al Nuovo Testamento che parla invece di demoni (termine con il quale non si indica satana ma gli esseri interposti tra il divino e l’umano) che si traducono sotto forma di dottrine oppositrici agli insegnamenti di Cristo sposate da alcuni uomini. Perciò - sottolinea l’autore - Gesù non compie su questi nessun rito esorcistico ma li libera dalla loro durezza per mezzo della Sua parola.

L’autore conclude dicendo che questa errata concezione del demonio ha indotto la Chiesa in errore per secoli lasciando che nel pensiero umano si insinuasse l’ossessione per il diavolo, al punto tale che molti uomini sono più propensi a credere nella reale presenza di uno spirito maligno prevaricatore e tentatore piuttosto che a un Redentore pronto a perdonare. Questa puerile teoria - conclude Maggi - ha fatto sì che negli anni miglia di persone innocenti, specialmente donne, venissero torturate, bruciate e sottoposte a tragici rituali di esorcismo per il semplice e bigotto sospetto che queste potessero avere un’interazione carnale con il demonio.

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