amazon e il trattamento riservato ai propri dipendenti: quando le voci si sono fatte troppo insistenti, il giornalista britannico James Bloodworth ha deciso di recarsi, sotto copertura, in uno dei magazzini statali per verificare di persona le vere condizioni lavorative. Lo scrittore, dunque, è riuscito ad entrare in una struttura di proprietà di Amazon, nello Staffordshire, per stare a contatto con i lavoratori.

Dopo alcune settimane, il resoconto è stato impietoso: tre quarti dei dipendenti avevano paura di usufruire dei bagni e, in sostituzione, utilizzavano bottiglie di vetro per urinare.

Gli intervistati sono stati 241 e molti hanno voluto denunciare la reale situazione di disagio che sono costretti a sopportare.

Alcuni hanno deciso di non bere più acqua per non dover sospendere il lavoro, altri sono diventati molto più ansiosi dopo essere stati assunti. Infatti, Amazon è famosa per i suoi capillari controlli sulla velocità dei lavoratori che, in un’ora, devono impacchettare almeno120 prodotti. Secondo molti, questa è una pura follia poiché il colosso inglese cronometra e prende nota di tutte le attività dei dipendenti, multando o premiando coloro che conseguono determinati risultati.

Numerose sono state le lamentele dei compilatori del questionario giornalistico: una donna ha affermato che, mentre era incinta, ha ricevuto un avvertimento direttamente dalla società.

Un uomo, invece, ha aggiunto che, pur stando male, si è recato al lavoro per paura di perdere il posto e che, nonostante il certificato medico, gli hanno tolto comunque un giorno di lavoro.

La follia del lavoro forzato e la risposta di Amazon

La vicenda scioccante riportata da James Bloodworth pone sotto gli occhi di tutti la precarietà delle condizioni lavorative che, ancora nel 2018, si abbatte, con violenza, su uno dei paesi più avanzati al mondo.

Con le normative ormai vigenti in ogni luogo lavorativo e i continui controlli per l’igiene e la sicurezza, sembra inimmaginabile una situazione così degradante e critica. Eppure è proprio il noto giornalista che, in prima persona, dopo aver sperimentato ciò che gli operai sono costretti a subire, ha denunciato la paura presente nel magazzino.

Dove egli si trovava, infatti, molti urinavano nelle bottiglie perché, in alternativa, avrebbero dovuto scendere (e successivamente risalire) quattro rampe di scale, perdendo troppo tempo e rischiando delle punizioni alquanto severe.

Il grande marchio, però, è voluto intervenire in prima persona rispedendo al mittente le pesanti accuse. In una nota comparsa sul Business Insider, si può leggere come siano state negate le situazioni e le circostanze descritte e come la società abbia dichiarato come i propri posti di lavoro siano un luogo positivo e sicuro per migliaia di persone. Inoltre, come se non bastasse, essa ha riportato un sondaggio di LinkedIn che afferma come, il posto di “lavoratore Amazon”, sia il settimo più ricercato in tutto il Regno Unito.

Infine, la dichiarazione di aver messo a disposizione dei dipendenti del coaching, per aiutarli a migliorare le proprie prestazioni, negando categoricamente il controllo del tempo passato ai servizi igienici.

Le smentite della società sembrano più dichiarazioni di circostanza. Infatti, se il giornalista ha potuto osservare con i propri occhi le dinamiche interne al magazzino, la direzione ha solo avuto il dovere di respingere queste accuse che, inevitabilmente, stanno danneggiando l’immagine dell’intera azienda.

Preoccupante dunque che, dopo tutte le lotte di classe per i diritti dei lavoratori, ci si trovi ancora ad affrontare un disagio così serio e problematico che, sembrerebbe, non aver niente a che fare con l’avanzamento tecnologico, igienico e culturale del XXI secolo.